Bocche cucite fra gli indagati dalla procura di Cassino per la vicenda del Bambinello. Parla solo Samuele, il pontefice della Chiesa Cristiana Universale della Nuova Gerusalemme, al secolo Mario Samuele Morcia, 47 anni, di Parma.

Lo ha fatto l'altro ieri dal pulpito dell'Arca, il tempio che raccoglie ogni domenica un fiume di fedeli. Da lì ha lanciato il suo appello al presidente Mattarella affinché sblocchi il riconoscimento civile della chiesa, fermo ormai da quasi quattro anni. Appello pubblicato anche su Youtube. E nell'occasione ha parlato anche dell'ultima inchiesta giudiziaria.

«Mi appello al presidente della Repubblica affinché anch'egli, nella sua autorità e autorevolezza, possa intervenire per renderci giustizia affinché questa chiesa possa essere riconosciuta anche civilmente».

Poi ha aggiunto: «La realtà che appare evidente è che il procedimento di riconoscimento della personalità giuridica di questa chiesa è fermo solo perché questa chiesa da quando è sorta è perennemente posta sotto indagine per presunti illeciti che finora sono stati tutti archiviati perché giudicati inesistenti». Samuele ha quindi concluso: «Nessuno si vuole sottrarre alla giustizia. Le indagini contro questa chiesa siano svolte con lealtà e scrupolosità andando però oltre alle testimonianze false di persone inattendibili che si sono rivelate menzognere».

Bufera sull'Arca di Gallinaro, telefoni e computer sotto la lente: ieri l'affidamento dell'incarico ai consulenti. Vanno avanti a ritmo e bocche serrati gli accertamenti nell'inchiesta sul nuovo filone che lo scorso 10 ottobre ha portato a iscrivere nel registro degli indagati ben quindici persone (tra le quali diversi professionisti) per diverse ipotesi di reato - dal riciclaggio al falso - finalizzate alla truffa.

Il blitz interforze era scattato al sorgere del sole: decine e decine di perquisizioni tra Gallinaro e Atina, all'Arca (il tempio costruito dai fedeli della Chiesa Cristiana Universale della Nuova Gerusalemme, che venerano il Bambinello di Gallinaro) e nelle abitazioni dei seguaci o di persone ritenute a vario titolo vicine all'ente di culto, riconosciuto tale dal Consiglio di Stato nel 2018.

Come già accaduto durante le perquisizioni, anche ieri le bocche sono rimaste cucite: cosa stia cercando la procura in telefoni e computer è solo intuibile. Anzi, deducibile: l'inchiesta resta avvolta dal più alto riserbo e per mettere a fuoco la questione gli unici elementi su cui ragionare restano le pochissime indicazioni date dalle forze dell'ordine (carabinieri, polizia e guardia di finanza) a poche ore dai blitz.

«L'operazione scaturisce da numerose segnalazioni pervenute in ordine a presunte indebite condotte di varia natura realizzate dai promotori e dai seguaci del citato credo religioso» come sottolineato dopo l'attività. E viste le contestazioni avanzate agli indagati (e già respinte con forza) non è difficile ipotizzare che in quei telefonini e in qui pc sequestrati la procura possa voler trovare traccia delle «condotte illecite». Ovvero le prove delle ipotesi investigative costruite attraverso un'indagine complessa e ancora aperta. Ecco perché, anche sui nomi dei consulenti nominati dalle parti, vige un riserbo senza precedenti.

Tra novanta giorni sono attesi i risultati sugli accertamenti richiesti sui dispositivi sequestrati: allora, si spera, potrà essere più facile capire se le verifiche possano aver riguardato solo donazioni in denaro, quelle di beni mobili e immobili oppure altri aspetti già emersi a margine del blitz. Come le modalità con cui sono state ottenute finora le donazioni e l'effettiva destinazione dei fondi raccolti ma anche le residenze di alcuni seguaci.

di: Carmela Di Domenico