Il pubblico ministero non fa sconti. Una violenza sessuale consumata ai danni di una quattordicenne commessa da chi, per di più, era in libertà vigilata, merita il massimo. Per la ragazzina violentata da un amico del padre in un boschetto di Vico nel Lazio il pm Barbara Trotta chiede quindici anni di reclusione, contestando una doppia aggravante, compresa la recidiva specifica.

Il tribunale di Frosinone (presidente Francesco Mancini, a latere Francesca Proietti e Silvia Fonte Basso) dopo la camera di consiglio infligge a C.B., 50 anni, una penna di undici anni e otto mesi oltre ai danni da liquidare alla persona offesa in sede civile e una provvisionale immediatamente esecutiva di 50.000 euro. Durante il suo atto d'accusa il sostituto procuratore riferisce di una prova «non solo ampia, ma anche granitica». Ricorda che la ragazzina si era presentata la sera dopo i fatti all'ospedale di Frosinone dove le sono state certificate le lesioni. Quindi si è proceduto al sequestro di mutandine e pantaloni. E su questi ultime sono state trovate tracce del liquido seminale dell'imputato.

In pratica la minore aveva accettato di andare in auto con l'amico del padre per andare a trovare la figlia di questi. L'imputato, dopo esser arrivati a casa, «con la scusa di parlare di qualche minaccia ricevuta dalla ragazza si allontana con lei, facendo scendere la moglie», aggiunge il pm. Portata in un boschetto di Vico nel Lazio lì stando alle accuse raccolte dai carabinieri avviene la violenza. Per la procura «le lesioni sono compatibili con la dinamica riferita». Lo stesso magistrato spiega che il percorso fatto dall'auto quella sera è confermato dai dati della scatola nera. E il pm evidenzia anche due soste fatte al bar, di cui una dopo la violenza consumata.

Poi aggiunge che la ragazza per paura di non essere creduta non voleva riferire nulla ai genitori e si è confidata con un amico. È stato quest'ultimo ad avvertire la zia della minore. Ed è a quel punto che è stata fatta la denuncia. «È plausibile che la ragazza non si sia sentita tutelata dalla sua famiglia. Ma questo non può scalfire le prove», ragiona il pm. Secondo la Trotta le prove sono arricchite dalle intercettazioni ambientali. Per il sostituto l'uomo «si vuole costituire l'alibi. E dice: "due parole contro una"».

Lo stesso imputato avrebbe commentato positivamente il fatto che dal tampone vaginale non era emerso il suo Dna. Non sapendo -evidenzia la Trotta- che tracce di Dna sono state trovate dai Ris sui jeans della vittima. Quindi il pm bolla come «fantascienza» la tesi che quelle tracce possano avere un'altra spiegazione. E ribadisce che si è trattato di un «fatto gravissimo» per chiedere una dura condanna.
Al che la parte civile per la minore il tribunale ha nominato come curatrice speciale l'avvocato Puglielli insiste sul fatto che «solo con pena severa potrà ritrovare il sorriso e la fiducia nei confronti adulti.
Con questa violenza le sono stati spezzati il cuore e l'anima. Lei vorrebbe andar via da qua».

L'avvocato Giuseppe Dell'Aver sano, difensore dell'imputato, distingue tra «cose vere, scientifiche, altre verosimili e altre non vere». Quindi punta l'indice sulle «contraddizioni» del racconto della minore per poi chiedere, in caso di condanna, una pena più bassa tenendo conto del fatto che, secondo al difesa, non si sarebbe trattato di un rapporto consumato, ma solo di un tentativo.
Soddisfatto il padre della ragazza. «Giustizia è fatta. Ringrazio la magistratura,i carabinieri e i miei avvocati Giampiero Vellucci e Riccardo Masecchia».