I cancelli riapriranno oggi, esattamente come si sono chiusi. Poche certezze e tanta cassa integrazione per uno stabilimento, fiore all'occhiello del gruppo, che sogna di accreditarsi come polo del lusso.

Ci sono solo le speranze, quelle legate alla fusione con Renault, quelle del restyling di Giulia e Stelvio, quelle del suv Maserati. I tempi però viaggiano sulle linee dell'incognita, e tengono un intero sistema in "pausa di riflessione". C'è il mondo operaio che deve tirare avanti con buste paga leggere mentre incalzano le spese ma c'è anche il mondo commerciale che vive una simbiosi col settore metalmeccanico.

Poco meno di 4.000 tute rosse che vorrebbero valicare con maggiore stabilità i cancelli della fabbrica pedemontana e circa 8-9000 lavoratori dell'indotto: in totale, 12-13.000 protagonisti diretti.

«Quest'anno si andrà avanti così - ha detto anche ieri il segretario provinciale dell'Ugl, Enzo Valente - ma potrebbe accadere lo stesso anche l'anno prossimo se non ci saranno novità rilevati, senza grosse prospettive di miglioramento». Ecco perché ha invitato la politica e il "sistema" a ripensare i modelli di sviluppo del territorio, per non vivere di sola luce riflessa proveniente da Fca.  Ma restano scarse o inesistenti le iniziative in tal senso sul suolo cassinate.

Chi soffre di più è l'indotto, dove gli ammortizzatori sociali sono finiti, dove gli stipendi sono un'impresa, dove esistono piccole aziende "fantasma" a un passo dalla chiusura. C'è un doppio problema sotto la lente della società. «Oltre al problema occupazionale, nell'indotto, c'è anche quello che coinvolge gli imprenditori».

A parlare è il presidente di Confimprese Italia, Guido D'Amico. 
«La situazione sta cominciando a diventare preoccupante. Ci sono piccoli imprenditori che stanno facendo ricorso al credito (per le spese, le tasse ma anche gli stipendi) in misura massiccia riponendo la speranza nella ripresa. Il problema è se la ripresa non ci sarà, le esposizioni con le banche si cristallizzeranno e creeranno problemi. Se, cioè, le commesse non arriveranno, si andrà a creare un problema enorme. Quindi, in questa crisi, ci sono di mezzo i piccoli imprenditori (i più esposti) e le famiglie».

Una provincia a due velocità
Un tempo era l'area del Cassinate a essere invidiata nella provincia e non solo. Oggi c'è il rovescio della medaglia. Aree "dormienti" in passato, che rialzano la testa e rimettono in moto l'economia. La carta più importante del momento non è solo quella della spesa ma anche la capacità di attrarre investimenti.

«Ci sono segnali incoraggianti in altre parti della provincia, in generale all'area nord, dove iniziano a esserci investimenti, qui invece i segnali non hanno lo stesso trend. E questa crisi Fca non fa altro che penalizzare ulteriormente l'area a sud. Si crea così un arretramento su tutto il fronte».

E poi c'è una nota da sempre dolente. E la domanda appare quasi retorica. «Perché anche a livello turistico non investe nessuno a Cassino? Perché - spiega D'Amico - non c'è un piano per il turismo, argomento che altrove, sempre in provincia, inizia a svilupparsi.
Albergatori e ristoratori si basano molto sul flusso dell'Fca e quando non c'è, il settore entra in crisi». Conclude D'Amico.

L'alternativa non c'è mai stata. La presenza stessa dell'università non ha mai trasformato la terra di San Benedetto in una città universitaria. Anche in questo caso, non c'è spesa rilevante né, di conseguenza, attrattività in tema di investimenti. E si resta alla finestra dello sviluppo, a seguire le sorti della multinazionale.