La data è stata scelta e comunicata proprio alla vigilia di Ferragosto: il 13 novembre prossimo i cinque indagati dovranno comparire davanti al giudice delle udienze preliminari. In quella data il giudice Di Croce dovrà decidere se rinviare a giudizio per la morte di Serena Mollicone tutti i coinvolti, oppure stralciare alcune posizioni. A dover rispondere dell'ipotesi di concorso nell'omicidio della studentessa di Arce uccisa in caserma (come sostenuto dalla procura) sono il maresciallo Franco Mottola all'epoca dei fatti comandante della stazione di Arce la moglie Anna Maria, il figlio Marco, insieme al maresciallo Vincenzo Quatrale. L'appuntato Francesco Suprano è invece accusato di favoreggiamento. Al solo Quatrale è contestato anche il reato di istigazione al suicidio del brigadiere Santino Tuzi, la cui morte continua a essere legata a un filo doppio a quella della studentessa.

Quindici giorni fa la richiesta da parte della procura di rinvio a giudizio, ieri la fissazione dell'udienza preliminare: un ritmo serrato, che ben descrive da un lato la volontà del procuratore Luciano D'Emmanuele di andare fino in fondo, con tempi certi. Dall'altro, l'iniezione di fiducia per papà Guglielmo, che ha commentato a caldo: «Questo mi conferma, ancora una volta, la serietà sia del procuratore e del sostituto Beatrice Siravo, sia dei carabinieri coordinati dal colonnello Fabio Cagnazzo. A loro, e al tenente colonnello Fabio Imbratta, devo un particolare ringraziamento.
Ora ci siamo -ha aggiunto non nascondendo un po' d'emozione- Come ho già detto, sarò presente in aula sempre: voglio guardare in faccia la verità. Spero che a novembre ci siano anche loro».

Il quadro è lo stesso
Il quadro delineato dalla procura, comunicato agli imputati, è lo stesso delle richieste di rinvio a giudizio: ognuno assume, nella ricostruzione degli inquirenti, un ruolo preciso e occupa uno spazio già stabilito attraverso le meticolose indagini degli uomini del colonnello Cagnazzo. Per la procura, lo ricordiamo, Serena è stata uccisa in caserma.
«Con una spinta contro una porta, data la riscontrata perfetta compatibilità tra le lesioni riportate e la rottura della porta collocata in caserma – aveva spiegato 15 giorni fa il procuratore –Allo stesso modo è stata accertata la perfetta compatibilità tra i microframmenti rinvenuti sul nastro adesivo che avvolgeva il capo della vittima ed il legno della porta, così come con il coperchio di una caldaia della caserma». Ci sono voluti 18 anni, la riapertura dell'inchiesta, la riesumazione del suo corpo. Ma ora la verità, almeno quella giudiziaria, è vicina.