Undici anni per arrivare a poter finalmente dichiarare che il delitto di Arce e il caso Tuzi fanno parte di un unico grande quadro d'insieme. Fino a questo punto, l'omicidio di Serena e la scomparsa del brigadiere che per primo ebbe il coraggio di rivelare nel 2008 l'ingresso della studentessa in caserma nella mattina del 1° giugno del 2001, erano due fascicoli distinti, affidati a magistrati diversi. Adesso non più.

Il caso del brigadiere che morì tre giorni dopo essere stato ascoltato sull'omicidio Mollicone, con l'impegno di essere risentito in un confronto con il maresciallo Mottola, non presenta solo punti di contatto, strane coincidenze che accompagnano le due storie: il nesso, adesso, è in quella inedita intercettazione ambientale saltata fuori a distanza di 11 anni. Una intercettazione che confermerebbe le ipotesi della figlia Maria: Santino non scelse di togliersi la vita e non lo fece soprattutto per amore.

Il brigadiere pochi giorni dopo le sue rivelazioni in procura venne chiamato per confermare quanto riferito ma a quell'appuntamento non arrivò mai: l'11 aprile del 2008 sitolse la vita - si ipotizzerà - con un colpo di pistola. Il caso, aperto come omicidio, verrà derubricato come istigazione al suicidio. Poi seppellito come suicidio, nonostante le tante incongruenze gridate con forza dalla famiglia del brigadiere che prima di morire acquistò una nuova scheda telefonica: una scelta incomprensibile, sembrerebbe. E invece no.

Santino forse sapeva di poter essere "incastrato" per le sue dichiarazioni scomode. La tenacia di Maria ha permesso di andare avanti. Troppi i misteri legati alla morte del padre: dalla posizione della Beretta, poggiata con cura sul sedile dopo il colpo al fatto che la stessa arma non sia stata mai riconsegnat integra; le impronte quasi inesistenti, i due proiettili mancanti. Ma non abbastanza per arrivare alla verità. Almeno fino ad oggi.

«Non è stato protetto abbastanza. Se qualcuno l'avesse allontanato o trattenuto, mio padre sarebbe ancora vivo». Maria Tuzi non ha molti dubbi: suo padre, il brigadiere che per primo indicò la presenza di Serena in caserma il 1° giugno del 2001, poteva essere salvato.

La procura ha chiuso il cerchio sul caso Mollicone. Come ti senti?
«Quando si è diffusa la notizia delle richieste di rinvio a giudizio per gli indagati nell'inchiesta sulla morte di Serena ho pensato: ci siamo! È la prima volta che siamo arrivati aquesto punto. Penso che la verità, anche sulla morte di mio padre, sia vicina. E poi, finalmente, la procura ha suggellato quello che ho sempre detto: nessun suicidio, soprattutto per amore.
Con queste richieste di rinvio a giudizio viene ridefinito tutto ciò che riguarda anche papà, morto per aver detto la verità».

Perché la verità che tu hai sempre urlato è saltata fuori dopo 11 anni?
«Non è solo questione di tecniche innovative e di strumenti scientifici prima impensabili. Adesso gli inquirenti, che sono stati bravissimi, hanno voluto scavare stando attenti a non sottovalutare persino le sfumature. E, ci tengo a precisarlo, sono stati gli stessi uomini dell'Arma con il comandante Cagnazzo a voler guardare sotto alle divise: anche loro sono carabinieri. A loro va un doppio ringraziamento perché sono riusciti ad arrivare fino a questo punto».

Troppi blocchi: depistaggi e falsi colpevoli per seppellire la verità...
«Troppo tempo perso, per noi e per Serena. Questo caso, legato senza alcun dubbio alla morte di mio padre, ha avuto così tanti blocchi tutti voluti che hanno frenato la ricerca della verità: penso a ogni episodio, compresa la pretesa di ricercare in Carmine Belli il colpevole. Se i militari e la magistratura che hanno indagato oggi avessero lavorato all'epoca certamente Guglielmo e sua figlia avrebbero avuto giustizia. Si sarebbe evitato tutto questo dolore così come la riesumazione del corpo di Serena. E mio padre sarebbe ancora qui con noi. Non è stato protetto abbastanza dopo quelle dichiarazioni scottanti in procura: se qualcuno l'avesse allontanato o trattenuto in qualche modo, magari con un provvedimento speciale oppure mettendogli la scorta, sarebbe ancora vivo. Nonostante tutto, il suo intervento è stato fondamentale anche dopo tutti questi anni. Le indagini sono ripartite dalle sue dichiarazioni».

Qualcuno ha sollevato dubbi sul fatto che tuo padre avrebbe dovuto parlare prima. Che rispondi?
«Sono profondamente convinta che mio padre avrebbe voluto parlare subito ma immagino le pressioni e il clima vissuti in quegli anni, anche se lui non ci raccontava mai nulla del suo lavoro, per proteggerci. Se è stato fermato dopo le dichiarazioni rese in procura, non oso pensare cosa abbia dovuto subire ogni giorno. Sono stata io ad accompagnarlo al Cobar per denunciare una situazione divenuta invivibile ma era già troppo tardi. Ho cercato di rintracciare chi raccolse quelle dichiarazioni: tutto inutile. Ogni tassello che emerge mi permette di ricostruire il suo stato d'animo. Forse non lo abbiamo "incalzato", non abbiamo insistito abbastanza».

La procura parla di un'intercettazione inedita sulle pressioni da voi immaginate...
«Una cosa che ci ha colpito moltissimo, non vedo l'ora di poter aver accesso agli atti per conoscerne il contenuto. Da quanto appreso contestualmente alle richieste di rinvio a giudizio, si tratterebbe di una conversazione ambientale nella quale il maresciallo Quatrale presente con lui il primo giugno 2001 in caserma, ndr lo invitava a ritrattare le precedenti dichiarazioni: un nesso chiaro tra la morte di mio padre e le rivelazioni sul delitto di Serena. Se dovesse essere necessario, siamo persino disposti alla riesumazione del suo corpo. D'altra parte, se ci sono stati errori nell'autopsia di Serena, credo che possano essercene altrettanti in quella di papà. Sappiamo che arrivare alla verità è un percorso tortuoso: siamo pronti».

Cosa vuoi dire a Guglielmo?
«Ogni volta che ho parlato con lui è sempre stato fiducioso e forte. Gli rinnovo il mio appoggio, la mia disponibilità. Dopo tutto quello che abbiamo dovuto affrontare, il percorso ora sembra essere in discesa. La vicinanza di persone fisicamente lontanissime così come quella di chi è accanto a noi è fondamentale. Qualcuno di recente mi ha detto: Maria, ora non ti puoi più fermare perché la verità, a questo punto, non la stai aspettando solo tu. E se ti fermi non potremo più sapere nulla».

di: Carmela Di Domenico