«Serena non aveva nemici. Aveva i suoi ideali, quelli che l'hanno portata in caserma a fare una denuncia contro lo spaccio, perché in quegli anni ad Arce era una giungla. Credo che ci sia stata omertà: non credo che Serena, sbattuta alla porta, non abbia urlato.

Come è possibile che nessuno abbia sentito? Come non accorgersi di quel pestaggio: mia figlia aveva il corpo pieno di lividi e battiture (come rilevato dal Labanof, ndr). Come si fa a non sentire? Chi porta una divisa deve intervenire per aiutare il prossimo, per tranquillizzare i cittadini. Non smetterò mai di lottare per mia figlia».

Le parole ieri alla "Vita in diretta" di Guglielmo Mollicone, che per 18 anni non si è mai arreso e non ha mai perso la fiducia nelle istituzioni, sono fortissime. Papà Guglielmo ringrazia la procura, il colonnello Cagnazzo e i suoi uomini, il maresciallo Evangelista e il tenente colonnello Imbratta: uomini dell'Arma che hanno saputo guardare nella direzione da lui indicata 18 anni fa. Ma non fa sconti a nessuno: vuole giustizia per sua figlia.

Secondo la ricostruzione della procura, Serena sarebbe morta negli alloggi, sbattuta alla porta a seguito di un litigio ma morta per asfissia dopo diverse ore a causa di un sacchetto con il quale le sarebbe stato impedito di respirare. I micro-frammenti della porta "incriminata" così come della vernice di una caldaia su uno dei terrazzini della caserma blinderebbero le sue ultime ore di vita proprio nella caserma di Arce. Sarà ora il processo a portare a galla la verità.

«Ora dialogo con persone serie, magistrati e carabinieri scrupolosi che hanno lavorato alacremente per la verità. Non voglio altro: dopo la verità, certamente arriverà la giustizia. Perché è la giustizia deve sempre prevalere in ogni contesto, altrimenti è inutile costruire una società civile».

Delitto di Arce, si riparte dopo 18 anni. A ventiquattr'ore dalla richiesta di rinvio a giudizio da parte del pm nei confronti dell'ex maresciallo Mottola, del figlio e della moglie ma anche nei confronti (per ipotesi differenti) di Quatrale e Suprano, si riaccende la speranza di papà Guglielmo di ottenere finalmente giustizia per sua figlia nonostante i depistaggi, i colpi di scena, le richieste di archiviazione e diciotto anni di indagini e speranze mai spezzate.

Una giustizia amara, però, per Carmine Belli, in carcere da innocente per la morte della studentessa. Dopo due processi, tre sentenze, 17 mesi di isolamento, il carrozziere di Arce torna a prendere ancora una volta per le corna quella parola difficile da pronunciare, la stessa che gli ha cambiato inevitabilmente la vita.

«Non c'è dubbio che le recenti richieste della procura siano importanti per Serena, per quella verità e quella giustizia che aspetta e che merita da troppo tempo. Ma proprio in questi momenti mi chiedo perché nei miei confronti non sia stata applicata la legge allo stesso modo. Perché nel registro degli indagati fui iscritto - e a parlare sono gli atti - dopo una settimana dal mio ingresso in carcere.

Dopo 18 lunghi anni finalmente siamo arrivati alla richiesta di processo ma gli indagati sono tutti a piede libero. Io, nella loro stessa posizione e senza le prove scientifiche ora nelle mani degli inquirenti, non ho potuto usufruire neppure dei domiciliari. Per questo credo che si possa parlare di una giustizia a due velocità: la legge è uguale per tutti ma non tutti siamo uguali. Sono diventato agli occhi della pubblica opinione il colpevole, forse perché indossavo "solo" una tuta da carrozziere. E questo mi ha cambiato la vita».

È Belli a fornire ai carabinieri, poche ore dopo la scomparsa di Serena, dichiarazioni forse utili alle indagini. Invece, da quel momento, diventa il "mostro". Arrestato, l'accusa chiede 23 anni di detenzione: prove schiaccianti - secondo gli inquirenti - un pezzo di scotch trovato su una busta al primo piano chiuso della palazzina in cui Belli aveva abitato in precedenza, un bigliettino del dentista trovato nella spazzatura dell'officina e le informazioni rese.

La battaglia per dimostrare la sua innocenza non è stata facile: assistito dall'avvocato Romano Misserville, viene assolto in tutti i gradi di giudizio (nel 2004, poi nel 2005 e in Cassazione nell'ottobre del 2006). Ma questo non basta. «Quando vado in un locale - aveva dichiarato Belli di recente - c'è sempre qualcuno che ti guarda con sospetto. Ancora oggi».

L'ingiusta detenzione
A poche ore dalle richieste di rinvio a giudizio del pm e soprattutto da quelle inequivocabili parole della procura che ha controfirmato l'eccellente lavoro dei militari - guidati dal colonnello Fabio Cagnazzo - indicando nella caserma di Arce il luogo della morte di Serena, Belli stringe tra i denti l'amarezza.

«Non so chi mi deve delle scuse, io non le voglio comunque. Non le accetto da nessuno. Ora serve solo giustizia, quella vera, per Serena e anche per Guglielmo» aggiunge. E intanto aspetta il ricorso per l'istanza di riparazione per ingiusta detenzione che pende a Strasburgo. Concessa davanti alla Corte d'Appello, alla richiesta propose appello l'Avvocatura dello Stato, annullata poi in Cassazione. Rigettata ancora dalla Corte d'Appello, è stato presentato un ricorso a Strasburgo, tutt'ora sospeso. «Sono vicino a Guglielmo e anche a Maria, la figlia di Tuzi. Mi amareggia pensare, però, che di Carmine Belli non se ne parli più: ciò che è accaduto ha cambiato la vita di tutti» ha aggiunto il carrozziere.

Accuse e difese
Le accuse sono differenti, le posizioni pure. La procura - con un lavoro pachidermico del pm Siravo e del procuratore Luciano D'Emmanuele - ha avanzato la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di Franco Mottola, della moglie Anna Maria, del figlio Marco, del maresciallo Vincenzo Quatrale per concorso nell'omicidio di Serena; di Quatrale, per il reato di istigazione al suicidio del brigadiere Tuzi; dell'appuntato Francesco Suprano per il reato di favoreggiamento. Le difese degli imputati sono schierate e si preparano al contrattacco. L'avvocato Francesco Germani - che assiste i Mottola - con il consulente Carmelo Lavorino - è certo di smontare le accuse.

E ieri il criminologo ha puntato il dito sugli orari relativi alle dichiarazioni (di Tuzi, del conducente del bus e della maestra) che non coincidono e che sposterebbero la morte di Serena fuori dalla caserma. L'avvocato Candido, che con D'Arpino difende Quatrale, ha puntualizzato che, pur non avendo avuto comunicazione, è già tutto chiaro negli atti e che la richiesta di rinvio a giudizio non sposterebbe di una virgola la posizione del loro assistito, estraneo ai fatti. Stessa posizione dei legali Rotondi e Germani per Suprano.

di: Carmela Di Domenico