L'abbiamo aspettata al termine della messa in ricordo di suo fratello Emanuele. Nella chiesa al Castello, a Tecchiena. La stessa dove è stato celebrato il funerale e dove ogni mese, ormai dall'aprile del 2017, viene officiata una messa. Ci siamo spostati nel vicino bar, poco distante dalla sua abitazione. Tra le mani il cellulare con la foto del fratello. Negli occhi il dolore. Ma anche la voglia di continuare a lottare. A lottare per trovare la verità sulla morte di Emanuele Morganti, ucciso nella notte tra il 24 e il 25 marzo del 2017 in piazza Regina Margherita ad Alatri. Venerdì la sentenza: Michel Fortuna, Mario Castagnacci e Paolo Palmisani condannati a sedici anni. Assolto Franco Castagnacci.

Sono passati due giorni dalla sentenza...
«La sentenza ci è piovuta addosso come un macigno e non perché, come qualcuno ha detto, le aspettative generate dal pm abbiano alimentato false speranze. No, assolutamente. Se si vanno a vedere le interviste a caldo, la gente chiedeva l'ergastolo. Sicuramente il rischio di derubricazione del reato lo conoscevamo, certo è che la vita di mio fratello non può valere sedici anni. Ma neppure trenta, quaranta, cinquanta... Però le leggi consentono di dare un massimo di anni e certamente se fosse stato applicato il massimo consentito, la sentenza sarebbe stata accolta in maniera diversa. Emanuele non ce lo ridarà né un ergastolo né dieci ergastoli. Neppure la pena di morte. Diciamo che sarebbe stato un forte segnale non solo per la famiglia ma per una comunità rimasta agghiacciata da quello che è accaduto. Poteva rappresentare un deterrente, come dire, "togliere la vita a qualcuno vuol dire perdere la propria"».

L'assoluzione?
«Eravamo pronti a qualcosa di diverso per lui (si riferisce a Franco Castagnacci, ndr) ma non perché ci siano elementi tali che ci facciano pensare che non c'entri nulla. Eravamo pronti al fatto che lui avrebbe potuto avere un trattamento diverso, però non pensavamo si arrivasse all'assoluzione. Dopo la lettura della sentenza sono rimasta inebetita. Qualcuno ha detto e scritto che i familiari avevano aggredito i legali, ma non è assolutamente vero. Solo mia nonna, ottantenne, ha esternato a modo suo la sua rabbia. Alcune persone che hanno "inseguito" i legali degli imputati neanche le conoscevamo. Ma erano mamme, padri di famiglia, che si sono ribellati, non perché volevano creare problemi ma perché sono gli stessi che hanno temuto che i loro figli, fratelli, nipoti, potessero essere lì quella sera e subire la stessa aggressione. Qualcuno ha scambiato mio fratello Francesco per un amico di Emanuele. Ha detto che sarebbe esploso e avrebbe aggredito gli avvocati e mia madre lo avrebbe calmato. Ma mio fratello non si è mai mosso. Non era lui».

Avete detto che Emanuele è stato ucciso due volte…
«Sono stata la prima a dire che giustizia non è stata fatta, lo hanno ammazzato due volte. Mi chiedo come si possa assolvere un uomo che si difende dicendo "io ero lì per aiutare". Se fosse stato lì per aiutare, anziché trattenere l'amico di Emanuele, Gianmarco Ceccani, avrebbe richiamato suo figlio. Non lo dico io, ma questo racconto è stato fornito da tante persone».

Cosa si poteva fare di diverso quella sera…
«Avrebbero potuto portare prima in ospedale mio fratello. Se almeno dieci persone, tra le quattrocento presenti, si fossero unite intorno a Emanuele, forse mio fratello sarebbe qui con noi».

Cosa ha provato la prima volta che si è trovata faccia a faccia con gli imputati?
«Batticuore. Quando li ho visti in aula ho provato un mix di sensazioni alle quali non sono riuscita a dare un nome. Avevo una lotta dentro di me: rabbia, vendetta, fuoco. Ma ho pensato che non era giusto per Emanuele. Più volte ho visto gli imputati che sfidavano il mio sguardo, erano fieri. Io stessa ho visto che facevano gesti intimidatori ai testimoni che entravano e lo possono dichiarare loro stessi. Quello che ho da dire agli imputati spero di riuscire a farlo quando avranno la condanna che meritano. Noi abbiamo speranza. Io l'ho detto a mio fratello sul letto di morte: io vivrò per la verità e la giustizia. E la verità su quanto accaduto ad Emanuele non è ancora uscita fuori, perché non è vero che non volevano ammazzarlo. Perché rincorrere quindici minuti una persona, aggredirla, pestarla con quella ferocia, non è un gesto involontario».

Come definirebbe questo processo?
«È stato un gioco delle parti, è stato un tentativo di giocarsela, perché se fossero stati innocenti avrebbero contestato l'omicidio volontario nell'udienza preliminare. Da questo processo ho imparato che è normale sputare sul corpo di un ragazzo a terra, inseguire e pestare un ragazzo indifeso, che è normale spacciare, drogarsi, ubriacarsi, tanto nessuno ti fa niente, che è normale ammazzare un ragazzo perché tanto la legge italiana consente ad avvocati più o meno bravi, più o meno dignitosi, di tirarli fuori dai guai. Questa legge consente a una famiglia di continuare il calvario. Hanno ucciso due volte mio fratello e due volte anche noi».

Cosa ti aspetti ora?
«Ripeto, non sarà una sentenza a ridarmi indietro mio fratello, ma Emanuele deve avere la verità che è stata negata. Quelle persone devono avere scritto sulla loro fedina penale di aver ucciso volontariamente un ragazzo che non c'entrava nulla con loro, che aveva un futuro davanti, che aveva una famiglia che lo amava».