Abito bianco e toni decisi. E un'altrettanto ferrea volontà di non perdonare chi, durante la campagna referendaria, le ha rivolto sul web insulti sessisti.
Si è aperto ieri in tribunale a Frosinone il processo a carico di due dei tre utenti del web per gli insulti all'allora senatrice Maria Spilabotte. L'esponente dem è stata sentita in qualità di parte civile costituita attraverso gli avvocati Maria Letizia Nobile e Gianluca Cupini. Sotto accusa ci sono Carmelo Lopes, 40 anni, di Supino e il padovano Francesco Spinelli, 46, difesi dall'avvocato Lucia Muzzioli e Marco Ottaviani.

«All'epoca, nell'ottobre 2016, ero senatrice e stavo sostenendo la campagna referendaria del 4 dicembre - ha riferito la Spilabotte al pubblico ministero Angelo D'Angelo - Sui miei profili personale e istituzionale pubblicavo post a sostegno del referendum. Qualunque contenuto è oggetto di critiche di altri utenti, purtroppo alcuni miei amici mi hanno fatto notare commenti pesanti di natura sessista». Di Spinelli, la politica ha spiegato che «scriveva che dovevo andare sulla Casilina dove ci sono le prostitute», il tutto condito da un insulto. «Si è mai scusato?», ha chiesto il pm. La Spilabotte ha replicato: «Mai. Nemmeno in quest'aula».

Sugli insulti contestati a Lopes, ha spiegato: «sul mio profilo istituzionale aveva commentato una mia intervista». E - stando alla denuncia - avrebbe aggiunto insulti sessisti. In aula, la Spilabotte ha aggiunto: «Sono aperta al contraddittorio, ma nel merito, ma in quanto donna colpita con frasi sessiste questo mi ha spinto a sporgere querela. Su Messenger mi ha chiesto scusa, ma quando già avevo presentato la querela. Se lo avesse fatto sul profilo pubblico di Facebook avrebbe assunto un altro significato».

La Spilabotte ha raccontato di aver subito un trauma da quei messaggi, di non essere andata per qualche giorno in aula a Palazzo Madama e di essersi preoccupata per la reazione del figlio che aveva letto quei messaggi. «Mi hanno esposto al pubblico ludibrio - ha riferito all'avvocato di parte civile - Si respirava un clima di odio e ho sofferto molto. Ho dovuto sostenere una terapia di sostegno psicologico per me e mio figlio». Alla difesa ha spiegato di non aver cancellato i post perché «chi ha scritto quelle cose deve assumersi le sue responsabilità»