«La più fruttuosa base di spaccio della provincia di Frosinone, perché in un unico luogo riesce a concentrare lo smercio di quantitativi di droga nell'ordine di diverse decine di migliaia di euro al giorno». Utilizzando le parole della polizia giudiziaria, la Corte di appello di Roma inquadra l'organizzazione attiva all'interno del Casermone, smantellata con l'operazione Fireworks da carabinieri e polizia, nelle motivazioni con le quali ha confermato, con piccoli ritocchi in basso nella pena finale (otto mesi per i vertici), le quindici condanne per chi ha scelto il rito abbreviato.

I giudici romani, nelle 301 pagine di motivazioni, partono dall'inizio, dai primi sequestri nel 2012 nel complesso di edilizia popolare di viale Spagna. Ricordano che le forze dell'ordine «dall'1 luglio 2012 al 23 novembre 2014 eseguivano un totale di 269 sequestri». E che «il materiale investigativo veniva raccolto e letto in un'ottica unitaria del fenomeno solo con l'avvio delle indagini» da parte della Direzione distrettuale antimafia di Roma. Veniva allora svelata «l'esistenza di una vasta organizzazione criminale (diversa da quella indagata nel presente procedimento penale), fortemente radicata nel territorio». Solo che quando uno degli indagati del primo gruppo cedeva l'auto, con dentro una cimice, a un esponente dell'altra organizzazione cominciava a essere monitorata anche la "finestrella" del Casermone.

Emergeva così il sistema Scampia con vedette utilizzate per dare l'allarme e per «gestire l'arrivo degli acquirenti». Per i giudici «in considerazione della concreta capacità operativa del gruppo idonea a far fronte alle esigenze di un elevatissimo numero di tossicodipendenti, dell'elevato volume giornaliero delle vendite, dell'articolata organizzazione e della capacità di approvvigionamento continuo... deve ritenersi che l'associazione sia nata e abbia operato per trattare consistenti quantitativi di stupefacenti». I giudici si soffermano sul fatto che lo stesso leader del gruppo, Gerardo Valenti, «è lui stesso a dire che la resa dello smercio di stupefacente deve essere tale da far vivere 30, 35 persone».

Per quanto riguarda l'autoriciclaggio (per il reinvestimento dei proventi in un'attività di ristorazione a Malaga) «la Corte ritiene provata la condotta di trasferimento delle somme di denaro all'estero», ma al tempo stesso «non ritiene raggiunta prova sufficiente per affermare l'effettivo impiego del denaro». Da qui, per questo capo d'accusa, l'assoluzione «sussistendo ragionevole dubbio».