La pesantezza del faldone con le conclusioni dell'accusa fa il paio con l'altrettanto grave richiesta di condanna. Sono i momenti di apertura e chiusura dell'udienza, in Corte d'assise, nel processo per la morte di Emanuele Morganti.
I pm Giuseppe De Falco e Vittorio Misiti non fanno sconti agli imputati Franco e Mario Castagnacci, Paolo Palmisani e Michel Fortuna. Ne graduano la responsabilità e contestano a Fortuna l'omicidio volontario per «dolo diretto».
Alla fine del suo intervento, il procuratore De Falco ne chiederà alla Corte presieduta dal giudice Giuseppe Farinella il carcere a vita. Per gli altri contesterà il dolo eventuale (ovvero l'essersi assunti consapevolmente il rischio di provocare la morte di Emanuele) e, previa parificazione delle attenuanti generiche con l'aggravante dei motivi futili e abbietti (che a Fortuna è costata la richiesta dell'ergastolo), 28 anni per Mario Castagnacci, 26 per Paolo Palmisani e 24 per Franco Castagnacci.

Richieste attese anche dalle difese che, da domani, avranno il compito di controbatterle. L'udienza si è aperta con l'audizione dell'ultimo teste, Agirè Tomaraj, sorella di Michel, come testimone assistito, in quanto imputata di reato connesso (false dichiarazioni ai pm) e subito interrotto dal pm De Falco infastidito dal tenore delle risposte, le stesse – ha rimarcato – che l'hanno portata a essere indagata. L'avvocato Bruno Giosuè Naso (al quale si sono associati gli avvocati Christian Alviani, Angelo Bucci, Massimiliano Carbone e Marilena Colagiacomo) ha chiesto di consentire il controesame della teste Laura Ceci, interrotto per dichiarazioni reticenti con trasmissione degli atti in procura, e di nominare un collegio di periti per una nuova consulenza medico-legale. Ma le richieste sono state respinte.

Quindi si è aperta la discussione: per quattro ore i pm De Falco e Misiti si sono alternati. Quest'ultimo ha illustrato la scelta di suddividere gli avvenimenti in sei scene così da valutare concretamente il contributo degli imputati come pure quello dei testimoni a seconda pure dell'eventuale collegamento con le parti. De Falco si è concentrato sugli aspetti legati alle pur legittime strategie difensive: Fortuna non ha mai parlato, mentre gli altri hanno reso l'interrogatorio davanti al pm o spontanee dichiarazioni. «L'imputato – ha chiosato il procuratore – ha diritto di non rispondere o di non dire la verità, ma la Corte ha il dovere di valutarlo».Il pm si è soffermato sulle diverse versioni rese dagli imputati e sulle «notevoli contraddizioni» emerse dal racconto dei tre della scena finale.

Al tempo stesso il pm ha chiarito che non sono emersi né astio né propositi di vendetta dei testimoni contro gli imputati.
E che tra gli imputati c'erano legami, parentali e di amicizia. De Falco ha riferito delle altre lesioni (di «forza e intensità fortissima» tanto da fiaccarne la difesa), compatibili con pugni da un'aggressione alle spalle. Escluse le lesioni da manganello perché nessuno dei testi, a parte gli imputati e Gianmarco Ceccani, l'amico di Emanuele, ne parla. Il pm ha insistito sulle condizioni in cui Emanuele era ridotto, conosciute da chi lo picchiava: fiaccato e messo con le spalle al muro.
«Emanuele – ha ribadito De Falco – è vittima, non corrissante».

Ha spiegato i motivi che l'hanno indotto a richiedere l'archiviazione per i buttafuori, negando il nesso di causalità. Ha definito «fatto spregevole e disgustoso» lo sputo della sorella di Michel a Emanuele a terra. Quindi ha aggiunto che «non è stato possibile individuare con assoluta certezza un movente: non è la droga, non sono liti pregresse». Il tutto originato da una lite al bancone («un mero pretesto») e sfociato in «un'azione violenta» e in un'«esaltazione collettiva» condizionata da «situazione psichica non lucida». Gli imputati, ha accusato il pm, avevano preso «alcol e droga».

Inoltre «palese è l'intento di affermare la propria forza sugli altri, il dominio sul territorio». E ancora: «Ciò che hanno fatto a Emanuele è ripugnante in un contesto civile». Quindi mentre per gli altri tre imputati ha parlato di «accettazione del rischio» di infliggere lesioni mortali, per Michel ha detto che «era ben consapevole che Emanuele era debilitato e che sarebbe inevitabilmente andato a sbattere». Ed è lui, «alla stregua delle emergenze processuali, colui che ha sferrato il colpo omicidiario».