L'arresto è scattato ieri mattina a Roma. I carabinieri lo tenevano sott'occhio da giovedì sera, quando la Cassazione ha respinto il ricorso contro l'ordine d'arresto che gli stessi carabinieri gli avevano notificato l'8 aprile. Sapevano che aveva trascorso la notte nella sua casa romana, in zona Casal Bertone. Poi il trasferimento in caserma a Frosinone per la nuova notifica d'arresto e da qui al carcere di Cassino.

La parabola politica e umana di Antonio Salvati, 58 anni, potente ex sindaco di San Giovanni Incarico e presidente dell'Unione di comuni Antica Terra di Lavoro fino al novembre 2018, ha conosciuto ieri il punto più basso. Il suo arresto era nell'aria, considerata la pesante accusa di concussione continuata e le prove a suo carico raccolte dagli inquirenti coordinati dalla procura di Cassino (pm Mattei e D'Emmanuele). Con l'assistenza del suo avvocato Ivan Santopietro, Salvati ha tentato fino all'ultimo di evitarlo, ricorrendo in Cassazione. Ma la corte suprema si è espressa rigettando il ricorso. Da qui l'immediata esecuzione dell'ordine di carcerazione.

L'inchiesta parte l'anno scorso dalla testimonianza di Saverio Rea, di Colfelice, rappresentante legale della coop sociale "Integra 2013". L'hanno ricostruita ieri in una conferenza stampa al comando provinciale dell'Arma il colonnello Fabio Cagnazzo, il tenente colonnello Andrea Gavazzi, il capitano Tamara Nicolai che hanno condotto le indagini con il tenente Vittorio Tommaso De Lisa. Un'attività investigativa capillare in stretta sinergia tra il comando provinciale, il nucleo operativo e la compagnia di Pontecorvo. Secondo l'accusa Salvati avrebbe preteso con modi anche molto spicci, fino alle minacce, dei soldi dal titolare della coop. Tanti soldi: circa 250.000 euro in contanti in varie tranche, nel periodo tra il 2013 e il settembre 2017. Altrimenti non gli avrebbe liquidato (o fatto liquidare) le fatture presentate per l'accoglienza di un gruppo di richiedenti asilo di cui la cooperativa si occupava. Pressioni divenute vere e proprie minacce.
Nel capo d'imputazione si legge: «Anche dicendogli, in un'occasione, che gli avrebbe tagliato il collo e la gola e minacciando la moglie e i figli». Non solo denaro. Anche posti di lavoro.

L'ordinanza con cui il 18 marzo scorso il tribunale del riesame ha disposto l'arresto dell'ex sindaco (sospeso fino alla pronuncia della Cassazione dell'altra sera) gli contesta di aver costretto Rea «ad assumere presso la cooperativa numerosi soggetti indicati dal Salvati, ma pagati dal Rea. In un caso Salvati avrebbe anche costretto il Rea a riassumere un lavoratore precedentemente assunto su indicazione di Salvati e licenziato dalla cooperativa per scarso impegno». E ancora: «Molti hanno confermato di aver ottenuto l'impiego grazie all'interessamento di Salvati in prossimità di elezioni». Oppure: «Altri ancora hanno espresso la convinzione di essere stati assunti dall'Unione di Comuni asserendo addirittura di non conoscere Rea ma solo Salvati». Accuse che Salvati ha sempre respinto, confutando la versione di Rea e affermando che la coop veniva pagata in anticipo. Prima dell'epilogo di ieri mattina, il caso Salvati ha innescato una diatriba giudiziaria. La procura di Cassino ha chiesto il suo arresto, il gip ha respinto la richiesta, il pm si è appellato e il tribunale del riesame gli ha dato ragione, infine il ricorso in Cassazione di Salvati e il suo respingimento con il conseguente arresto