Tentò di avvelenare con dei farmaci anticoagulanti il compagno, la condanna è definitiva. Tre anni e otto mesi è la pena inflitta dal giudice per le udienze preliminari del tribunale di Frosinone, confermata prima in appello e ora dalla Corte di Cassazione nei confronti di Ivana Carboni, 48 anni, di Morolo.

La donna era stata accusata di aver cercato di uccidere il gallerista frusinate Mario Evangelisti, nel periodo che va da gennaio a giugno del 2013. A quell'epoca la vittima, assistita dall'avvocato Giampiero Vellucci, era ricoverata nel reparto di Ematologia dell'ospedale di Frosinone. Tuttavia, l'uomo anziché guarire stava sempre peggio. Stando a quanto ricostruito dalla procura di Frosinone, che ha affidato le indagini ai carabinieri, il paziente veniva lentamente avvelenato con dei farmaci opposti rispetto a quelli che avrebbe dovuto assumere secondo il piano terapeutico.

I primi ad accorgersi che qualcosa non quadrava furono gli stessi medici dell'ospedale Fabrizio Spaziani di Frosinone, preoccupati dal suo andamento clinico. Inspiegabili erano le continue emorragie che colpivano il paziente. Ciò nonostante le terapie alle quali era sottoposto.

A quel punto dal reparto, intuendo che le cause dell'aggravamento potessero essere indotte, inviarono dei campioni a un istituto specializzato. E la risposta fu illuminante: il paziente stava ingerendo dei farmaci anticoagulanti, mai prescritti dai sanitari che lo avevano in cura. Scontata a quel punto la segnalazione ai carabinieri che iniziarono una serie di appostamenti e piazzarono anche delle telecamere all'interno del reparto. Così i sospetti sulla donna divennero sempre più concreti. Gli anticoagulanti - secondo l'accusa - erano ingeriti dall'uomo all'interno dei pasti o attraverso le bevande che gli avrebbe fornito l'ex compagna.

Nel corso di una perquisizione, i carabinieri sequestrarono alla stessa dei farmaci anticoagulanti. Stando alle accuse, il movente sarebbe stato l'interesse per il testamento dell'uomo. Venne emessa allora dalla procura di Frosinone un'ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari per la Carboni, ora libera, per i reati di tentato omicidio e lesioni volontarie.

La donna, difesa dagli avvocati Giuseppe Spaziani e Claudia Padovani, fu tratta in giudizio davanti al giudice per le udienze preliminari del tribunale di Frosinone con il rito abbreviato, condizionato a una perizia dalla quale era emerso un vizio parziale di mente. Così il gup Stefano Troiani, il 1° luglio 2015, inflisse all'imputata la pena richiesta allora dal pubblico ministero Alessandro Di Cicco, ovvero tre anni e otto mesi.

Fu disposta anche una provvisionale di 50.000 euro. La sentenza di primo grado venne impugnata davanti alla Corte d'appello di Roma. I magistrati capitolini confermarono la condanna che venne ulteriormente impugnata davanti alla Cassazione. Ora l'ultima parola pronunciata dalla Suprema corte che ha mantenuto invariata la pena inflitta alla donna. Avendo scontato circa sei mesi, la donna potrà chiedere una misura alternativa in modo da evitare di scontare il resto della pena in regime di detenzione.