Uno screening come tanti per una campagna di prevenzione. Da lì è iniziata l'odissea per una donna di 38 anni, operata per un tumore che non c'era. Con la beffa di ritrovarsi con un nervo danneggiato e la cartella clinica manipolata. Lei ora è stata risarcita di 240.000 euro, come deciso dal tribunale civile di Verona, mentre due medici che l'hanno operata rischiano di finire sotto processo.

Tutto ha inizio quando la frusinate decide di sottoporsi a uno screening per la prevenzione delle malattie tiroidee. Il valore di calcitonina risulta elevato, così i medici, che trovano dei noduli, le consigliano altri esami. Lei effettua due esami del sangue, a Sora e a Cassino. A quel punto la donna si confida con la sorella infermiera a Verona. Ed è quest'ultima a consigliarla di farsi visitare in Veneto. La trentottenne decide di intraprendere il viaggio. Il 24 luglio 2013 i medici dell'azienda ospedaliera di Verona decidono di operare. Secondo quanto denunciato dalla ciociaria, tenendo per buoni gli esami fatti nel Frusinate, peraltro effettuati una quarantina di giorni prima. La donna a Verona è sottoposta solo a un'ecografia. Eppure, secondo quanto emerso successivamente, l'ecografia dà esito negativo: i noduli non sono sospetti. Ma l'operazione è ormai fatta: alla donna viene asportata la tiroide, mentre nel corso dell'intervento - come denunciato dalla stessa - le viene lesionato un nervo vicino alle corde vocali. Anche l'esame istologico risulta negativo, così la trentottenne decide di farsi visitare a Roma. Al Gemelli le spiegano che quel marker tumorale non era specifico per cui avrebbe dovuto consigliare i medici ad effettuare altri esami. Tanto più che - ha sostenuto lei - quei valori potevano innalzarsi per altre cause.

La donna, assistita dagli avvocati Fabrizio Piccirilli e Silvia Latini, decide di intentare una causa contro l'Asl di Verona. Secondo la perizia medico-legale di parte ci sarebbe l'errore medico. Ma non solo, il medico legale di parte si accorge di un'anomalia nella cartella clinica. In questa si legge che la paziente avrebbe riferito di aver effettuato, in altra sede, un esame citologico. Circostanza smentita dalla stessa paziente che non solo non l'ha mai dichiarato ai medici, ma nemmeno l'ha mai effettuata.
Mentre da una parte viene avviata un'azione civile, tendente al risarcimento del danno, dall'altra si presenta una denuncia.

Il ctu, nominato dal giudice civile, sostiene che, per quanto i valori degli esami in Ciociaria, possano aver indotto in errore i sanitari veronesi, questi ultimi avrebbero dovuto meglio indagare per appurare i sintomi del tumore. L'azienda sanitaria veronesi si difende sostenendo l'errore delle analisi fatte nel Lazio, ma il giudice ritiene che di questo non via sia una prova scientifica, mandando esenti da responsabilità l'Asl frusinate e il laboratorio di analisi. Al contrario il tribunale decide di condannare l'Asl di Verona al risarcimento del danno biologico, dei danni morali, del danno riflesso in favore del marito della donna e per violazione del consenso informato. L'Asl dovrà risarcire circa 240.000 euro.

A fine maggio, è fissata l'udienza preliminare a carico del primario e di chi ha operato la donna. Secondo l'accusa avrebbero indotto in errore una collega nella compilazione della cartella clinica. Quest'ultima è prosciolta dal gup che impone al pm l'imputazione coatta nei confronti dei medici per il reato di falso ideologico del pubblico ufficiale per aver indotto in errore la collega per coprire il precedente errore.