La famiglia Capirchio non ci sta. La confessione dell'omicidio di Armando Capirchio resa dopo quindici mesi di silenzio da Michele Cialei non convince affatto i familiari del pastore ucciso e fatto a pezzi dal suo rivale e ritrovato un anno fa in un dirupo della località Ambrifi, a Lenola.

A proposito della confessione di Cialei, l'avvocato della famiglia Capirchio, Filippo Misserville, scrive: «Ne prendiamo atto con curiosità: non grande, in realtà, perché l'omicidio era stato già ricostruito grazie al lungo e difficile lavoro investigativo degli inquirenti. Colpisce piuttosto, ma non sorprende, che il signor Cialei abbia sentito questo impulso collaborativo solo al termine di un anno e mezzo di indagini condotte con pazienza quotidiana dal Nuceo radiomobile dei Carabinieri di Frosinone, e che hanno impegnato i Carabinieri locali, il Ris di Roma, i Cacciatori delle Alpi, le Unità cinofile, i Vigili del fuoco, la Protezione civile e l'Università di Tor Vergata, oltre a elicotteristi, esperti di montagna, speleologi e tanti comuni volontari». Non solo.

«Il profondo affetto nutrito dai figli e dagli anziani genitori del signor Capirchio -aggiunge Misserville- non consente di riconoscere il loro congiunto nella descrizione che ne sarebbe stata offerta dal suo assassino, quella di un prepotente e di un provocatore, uno che, in fondo, una fine del genere se l'è andata a cercare.
A stabilire la verità ci penserà il processo. Ma a lasciare dubbi è questo inaspettato sentimento di pietà, rimasto ignoto a Cialei nel lungo tempo in cui ha impedito ai familiari della sua vittima di avere un corpo da seppellire e una tomba su cui pregare», silenzio «che ha saputo mantenere con fredda e determinata tenacia».