«La confessione è un diritto dell'imputato e Michele Cialei ha voluto esercitare questo diritto. Noi abbiamo rispettato questa sua scelta, perché è stata l'occasione per far conoscere all'autorità giudiziaria i motivi del suo gesto».

La versione di Michele Cialei

È quanto sottolineano il professore Camillo Irace e l'avvocato Giampiero Vellucci, difensori di Michele Cialei, l'allevatore di Vallecorsa, in carcere dal 12 dicembre del 2017 con l'accusa di aver ucciso il suo rivale, Armando Capirchio. Michele Cialei, dopo tre volte che si è avvalso della facoltà di non rispondere, lunedì sera, davanti al pm titolare delle indagini, ha ripercorso drammaticamente le fasi che hanno portato all'assassinio del cinquantanovenne di Vallecorsa, di cui si erano perse le tracce a ottobre del 2017 e il cui corpo, fatto a pezzi, è stato ritrovato in una grotta in località Ambrifi, a Lenola, in provincia di Latina, il 23 marzo dello scorso anno.

«L'ho ucciso io e fatto a pezzi» - ha confessato Michele Cialei. Ha spiegato, nel corso delle ore del lungo interrogatorio, finito a tarda sera, le motivazioni che lo avrebbero spinto a compiere il gesto. «Michele Cialei - aggiungono gli avvocati Irace e Vellucci - era impaurito e si sentiva in pericolo per i continui torti subiti dall'allevatore Capirchio. Tale stato d'animo ha portato un tranquillo pastore a compiere un simile gesto».

Intanto, martedì i carabinieri sono nuovamente tornati su Monte Calvo a Vallecorsa e a Lenola, dove è stato ritrovato il cadavere del pastore fatto a pezzi. Un sopralluogo dei miliari per riscontrare alcuni passaggi dell'interrogatorio con un minuzioso sopralluogo che ha avuto per oggetto sia il luogo in cui è avvenuto l'omicidio sia il posto in cui il cadavere è stato sezionato e nascosto