C'è sgomento a Sora per le motivazioni della sentenza con cui la Cassazione ha confermato lo sconto di pena, dall'ergastolo a vent'anni di reclusione, per il "mostro del Fibreno" che uccise barbaramente Gilberta Palleschi nel 2014. Un duro colpo soprattutto per i familiari della professoressa d'inglese assassinata da Antonio Palleschi mentre faceva jogging in una stradina alla periferia di Broccostella, il cui corpo venne trovato dopo quaranta giorni in una scarpata nelle campagne di Campoli Appennino.

La famiglia però non si arrende ed è pronta a ricorrere alla Corte europea dei diritti dell'uomo. Sin dal giorno della scomparsa di Gilberta, i familiari insieme a tanti amici si attivarono per le ricerche, organizzarono fiaccolate, messe, appelli, prima che il tragico epilogo della vicenda lasciasse tutti attoniti: mani violente avevano ucciso senza alcuna pietà e senza un perché una donna finita nel mirino di una mente pronta ad aggredire e a violentare. Per questo all'idea che Antonio Palleschi possa uscire dal carcere fa paura alla gente e fa tanta rabbia alla famiglia della vittima.

Nel processo di primo grado l'ex muratore di 47 anni fu condannato all'ergastolo e il giudice per l'udienza preliminare respinse la perizia psichiatrica richiesta dai legali dell'uomo. La Corte d'appello di Roma, invece, nel 2017 riconobbe il vizio parziale di mente e ridusse la pena a venti anni di reclusione. Invano nel suo ricorso in Cassazione il procuratore generale di Roma ha fatto presente che la perizia «non ha formulato valutazioni di certezza diagnostica».

Insomma, la vicenda giudiziaria, ancora una volta, si è ribaltata a favore della difesa di Antonio Palleschi che ha già chiesto la sua liberazione anticipata. La famiglia della professoressa non ci sta e contesta le motivazioni della sentenza emessa dai giudici nell'ultimo grado di giudizio del processo. Il fratello di Gilberta, Roberto Palleschi, assicura che non si fermerà davanti a niente pur di avere piena giustizia per sua sorella. «Noi per adesso dobbiamo aspettare che venga pubblicata completamente la sentenza - afferma - poi, dopo aver valutato la situazione, se sarà il caso andremo anche alla Corte di Strasburgo.

Non ci fermeremo, perché questa persona non può essere libera tra qualche anno e girare per Sora». Roberto Palleschi si dice pronto a unirsi ad altre famiglie segnate da analoghi casi per raggiungere Roma e chiedere a gran voce che le leggi cambino.