Il project financing, il cimitero, l'estorsione per pretendere il pagamento della tangente e il ricorso a un clan camorristico. Sono questi gli elementi su cui ruota l'inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia che ha sconvolto Ferentino.

Un'inchiesta caratterizzata da molti omissis. Segno evidente che è destinata ad allargarsi. E non solo con riferimento a quanto diranno o non diranno i cinque arrestati in occasione degli interrogatori di garanzia che inizieranno oggi.

Tutto ruota intorno al project financing e alla richiesta di una tangente quantificata, secondo quanto hanno accertato i carabinieri di Tivoli, in 300.000 euro. E che, dopo i tentativi di riscuoterla andati a vuoto e l'intervento del clan camorristico, era lievitata a un milione di euro. L'imprenditore vittima dell'estorsione, Lorenzo Scarsella, alla fine ha ceduto e ha versato 44.000 euro. Poi la denuncia, le indagini e l'ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Flavia Costantini che ha disposto il carcere per il consigliere comunale Pio Riggi, il cugino Luciano Rosa, Emiliano Solazzo di Roma e Ugo Di Giovanni e Gennaro Rizzo di Napoli.

Proprio il fatto che per sollecitare il pagamento della tangente sia stato scomodato un clan, ha fatto scattare l'aggravante di tipo mafioso, ma soprattutto ha fatto chiedere alla minoranza consiliare un appuntamento al prefetto di Frosinone per sollecitare l'avvio delle procedure per lo scioglimento del consiglio comunale per il condizionamento di tipo mafioso.

Si tratta, questa, di una misura non di tipo sanzionatorio, ma di carattere preventivo. Per procedere allo scioglimento del consiglio è necessario che vi siano elementi «rilevanti, univoci e concreti». Ovvero che vi sia un livello di concretezza nel tentativo di infiltrazione e che sia in grado di determinare, in maniera diretta o indiretta, pressioni tali da alterare la volontà dell'ente o da comprometterne l'imparzialità del funzionamento. Nel caso di Ferentino, potrebbero esserci i presupposti per attivare i poteri di accesso con la nomina della commissione che dovrà studiare il caso.

E anche un singolo episodio, come è per l'indagine in corso, potrebbe dare il là al procedimento. Procedimento che in nove casi su dieci quando viene chiesto è attivato. La commissione di nomina prefettizia (composta da tre membri) avrà tre mesi di tempo, prorogabili per altri tre. Gli accertamenti sono condotti a tutto campo, su delibere, dipendenti, frequentazioni, insomma uno screening totale.

Concluso il lavoro della commissione, il prefetto avrà 45 giorni di tempo per esaminare le conclusioni della commissione d'accesso e chiudere il procedimento in un comitato dell'ordine e la sicurezza pubblica, aperto al procuratore. Se si decide per lo scioglimento andrà inoltrata la richiesta al ministro dell'Intero. Nei tre mesi successivi (i termini sono tutti tassativi) il consiglio dei ministri delibera sulla proposta. Se il parere è positivo il consiglio dei ministri delibera e il presidente della Repubblica firma il decreto con la nomina dei tre commissari. Dal momento della registrazione da parte della Corte dei Conti si procede allo scioglimento. È prevista l'incandidabilità di chi ne è la causa. Anche se il provvedimento non è automatico e ci sono casi in cui il tribunale non l'ha riconosciuta