I lampeggianti blu che si confondono con le prime luci dell'alba, spazzando via gli ultimi scampoli di buio; le sirene delle gazzelle dei carabinieri che squarciano il silenzio. Si risveglia così Ferentino. Bruscamente. In una mattina di un inverno ormai agli sgoccioli che ha già lasciato spazio alla primavera. I carabinieri della Compagnia di Tivoli piombano nelle abitazioni di cinque persone, tra Roma e Ferentino, per eseguire gli arresti. A finire nella rete degli inquirenti è anche il consigliere comunale Pio Riggi, 55 anni.

Altri presunti sodali di Riggi per gli investigatori sono appartenenti a un clan camorristico napoletano trapiantato nella capitale: Ugo Di Giovanni, 44 anni, Gennaro Rizzo, 46 anni, Emiliano Sollazzo 30 anni, tutti residenti a Roma. Luciano Rosa, 64 anni originario di Ferentino, ma domiciliato nella capitale e parente di Riggi è considerato il trait d'union fra gli esponenti del clan e l'amministratore. Per loro, le accuse contestate, in concorso, sono pesantissime: rapina ed estorsione aggravata dal metodo mafioso, ai danni di un giovane imprenditore di Tivoli, Lorenzo Scarsella, 28 anni, che si era aggiudicato l'appalto, di circa 6 milioni di euro per la costruzione e la gestione di loculi nel cimitero di Ferentino e dal quale gli arrestati pretendevano il pagamento di una corposa tangente.

Richieste che avvenivano dietro minacce, sfociate, al culmine dell'esasperazione, nella denuncia dell'imprenditore ventottenne stanco delle intimidazioni. È da lì, da quella denuncia, che ha tratto origine l'attività d'indagine, condotta anche a mezzo di attività tecniche, servizi di osservazione e pedinamenti, da parte dei carabinieri di Tivoli. Operazione avvenuta sotto la regia della Direzione Distrettuale Antimafia, e che ha permesso di acquisire gravi indizi di reato a carico degli indagati, ora detenuti a Regina Coeli a Roma. Ieri, poi, i militari hanno effettuato perquisizioni in Comune per acquisire documenti.

La ricostruzione
L'imprenditore Scarsella, schiacciato dalle pretese e terrorizzato per la sua incolumità fisica e per quella dei suoi familiari, ha versato al sodalizio criminale una somma di 44.000 euro. Ma non bastava, tanto che le richieste di esborso erano arrivate al 10% del fatturato per i futuri lavori della sua ditta, anche in altri comuni, in cambio della "protezione" del "clan". L'imprenditore, vittima di uno stillicidio di incessanti minacce e pretese di denaro, si è convinto a denunciare la sua grave situazione di soggezione nei confronti degli appartenenti al "clan" postisi addirittura al servizio di Riggi per il "recupero" dei supposti e illegittimi crediti.

E così, il 4 febbraio scorso, Scarsella ha trovato il coraggio di dire basta. Ha sporto denuncia per estorsione, quale socio della Scamo s.rl, società controllante la Sdp Ferentino srl, parte contrattuale di un project financing con il Comune di Ferentino, per i lavori di ampliamento dell'area cimiteriale. L'indagine dei carabinieri ha fatto emergere come l'occhio del clan si fosse focalizzato sull'imprenditore tiburtino, che si era aggiudicato l'appalto di 6 milioni di euro e per il quale, stando alle accuse, il consigliere Riggi pretendeva dall'imprenditore un'ingente somma di denaro.

La ditta di Tivoli aveva presentato nel 2013 un project financing e si era aggiudicata l'appalto nel febbraio 2018. Dopo la firma del contratto, sempre stando alle accuse, il consigliere comunale di maggioranza con delega ai servizi cimiteriali, reclamava dal co-titolare della ditta, a titolo di tangente, 300.000 euro, pari al 5% dell'importo totale dei lavori stimati.

Richiesta alla quale l'imprenditore non soggiaceva, nonostante le insistenze del consigliere comunale che ricorreva, a questo punto, ad esponenti della camorra per costringerlo a pagare, grazie alla forza di intimidazione del clan. Il consigliere Riggi si sarebbe avvalso sia di Luciano Rosa sia di un gruppo di soggetti, uno in particolare interfaccia di un clan camorristico di Napoli centro, che sottoponevano l'imprenditore a reiterate richieste estorsive, anche mediante l'uso di armi e perfino a mezzo di veri e propri raid nella sede dell'azienda.

L'amministratore, inoltre, così come riporta il giudice per le indagini preliminari nel provvedimento restrittivo, «è il vero artefice ed ideatore della condotta estorsiva, sebbene incensurato, il suo ruolo appare fondamentale: grazie a lui l'organizzazione camorristica fagocita un'impresa sana e la asserve ai suoi desiderata; il suo inserimento oramai pluriennale all'interno dell'amministrazione di Ferentino ne garantisce il concreto ed attuale pericolo di reiterazione di condotte anche per reati di pubblica amministrazione».

La somma pretesa
La somma pretesa dal clan era inizialmente di trecentomila euro, che però è lievitata fino all'esorbitante cifra di un milione di euro quale "sanzione" per i supposti "ritardi" nei pagamenti dell'imprenditore, dal quale, in aggiunta, veniva addirittura "preteso" l'esborso del 10 % del fatturato per i futuri lavori della sua ditta in cambio della "protezione" del "clan".

La difesa
«Aspetto di leggere le carte per avere una visione globale della vicenda – afferma l'avvocato di Riggi, Giampiero Vellucci – ma intanto posso affermare con certezza che la persona di Pio Riggi, come politico e imprenditore non c'entra nulla, ma assolutamente nulla, con la camorra. Aspettiamo l'interrogatorio di garanzia che si svolgerà nei prossimi giorni per prendere una posizione sul punto, soprattutto alla luce del primo incontro che avverà questa mattina a Regina Coeli con il mio assistito»