Sembrano due vecchi amici al bar. Scherzano, parlano di tutto, cercano ancora una volta di capire qualcosa in più, in ogni parola che ripercorre uno dei delitti più atroci della storia d'Italia. Atroce per l'uccisione di una ragazza di 18 anni (morta per i suoi ideali), atroce per il luogo in cui sarebbe avvenuta: una caserma, simbolo per ogni cittadino onesto di sicurezza e lealtà. Invece loro sono due protagonisti inconsapevoli di un destino beffardo, che ha deciso di caricare Guglielmo di una croce impossibile da portare per qualsiasi genitore e Carmine di un'altra croce, fatta di sofferenza, ingiustizia e sospetto. Ora che la nuova inchiesta è ormai alle battute finali, entrambi sperano che i colpevoli siano puniti.

«Non chiedo giustizia per me. Ma per Serena. E anche per Guglielmo, affinché possa portare un fiore sulla tomba di sua figlia sapendo di non aver lottato invano per 18 lunghi anni» dice Belli, seduto accanto a Guglielmo. Fa impressione pensare che 16 anni prima, lo stesso uomo venne arrestato perché ritenuto colpevole della morte di Serena: saranno i tre gradi di giudizio (nel 2004, poi nel 2005 e nell'ottobre del 2006) a suggellare la sua innocenza. Ma inutile dire che la sua vita, come quella di papà Guglielmo, siano state stravolte. Eppure Guglielmo crede ancora ciecamente nella giustizia. Belli, risponde: all'80%. «Ho inoltrato una volta la richiesta per ingiusta detenzione e l'hanno rigettata. Voglio solo che siano i veri colpevoli a pagare, poi si vedrà». Ma nessuna cifra potrà mai ridare 16 anni di serenità e di vita.

Tutto in un'occhiata
La prima volta che Guglielmo e Belli si incontrano è in aula. «Non scorderò mai quell'occhiata che mi hai lanciato durante il processo di primo grado - dice Belli a papà Guglielmo-. Ho percepito la tua rabbia, il sospetto nei miei confronti». «Non ho mai creduto che tu fossi capace di uccidere, ero certo della tua innocenza, invece. Ma temevo, viste le tue affermazioni sull'ultima volta che Serena era stata vista, che tu potessi sapere qualcosa. Ci sono voluti tutti questi anni per mettere a fuoco ogni cosa, anche se la verità l'ho sempre saputa» ha ribattuto Guglielmo.

Carmine poi racconta dei 17 mesi di carcere, della possibilità che gli venne offerta di lavorare per il servizio pasti, dell'incontro con Tuzi, di quelle scuse (allora incomprensibili) dopo essere uscito dal carcere. Del peso di dover essere etichettato come il "mostro", un peso che la sua prima famiglia non riuscì a sopportare: lui continuava a dichiararsi innocente, il quadro indiziario tracciato era stato  definito comegravissimo. «A fare di me un assassino era stato un pezzo di scotch trovato su una busta al primo piano chiuso della palazzina in cui avevo abitato in precedenza, un bigliettino del dentista trovato nella spazzatura dell'officina e quelle informazioni fornite a poche ore dalla scomparsa di Serena. Venni raggiunto dai carabinieri sul posto di lavoro. Ma del mio arresto già era stata data notizia al Tg5 di primo mattino: quando mi presentai, il mio datore di lavoro mi disse: "Tu che ci fai qui? Non eri stato arrestato?". Tre indizi hanno fatto di me un mostro. Non capisco perché, con tutte le prove scientifiche ora nelle mani della procura, sia così difficile chiudere tutto».

Quando il feretro bianco di Serena arriva ad Arce dal Labanof di Milano, Belli visibilmente commosso è lì, a un passo da Guglielmo: «Come avrei potuto non partecipare? È stata uccisa una ragazza di 18 anni. E purtroppo, durante il processo, ho dovuto sapere anche come» ha sottolineato ancora Belli. Che di quella malerba del sospetto porta ancora i segni: «Anche quando vado fuori con la mia famiglia, c'è sempre una persona su cento che ti guarda col dubbio stampato in faccia».

«Senza l'impegno del procuratore D'Emmanuele, del colonnello Cagnazzo e del colonnello Imbratta, così come del maresciallo Evangelista, non sarebbe stato possibile arrivare a questo punto: troppi depistaggi, troppa la voglia di trovare un colpevole a tutti i costi. Prima ero io, il papà portato via dal funerale di sua figlia. Poi Carmine, perfetto capro espiatorio.
Si è perso davvero tanto tempo ma ora siamo giunti alla fine. È stata una partita a scacchi dall'inizio, solo che noi eravamo le pedine» ha aggiunto Guglielmo. «Siamo pronti a incatenarci ai cancelli della procura - hanno aggiunto entrambi - se questa volta dovesse esserci un nulla di fatto, se il futuro processo dovesse non portare a nulla. Noi chiediamo la certezza della pena».