A ventuno anni esatti dalla scoperta di quella che è diventata la bomba ecologica seppellita a Nocione, cittadini e ambientalisti - gli stessi che allora portarono alla luce uno dei più grandi problemi ambientali del Basso Lazio - si sono ritrovati a pochi metri dai campi coperti da teloni.

Proprio là, dove le ruspe inviate dalla procura (che ha delegato la Finanza per condurre le delicate indagini) hanno tirato fuori dalla terra quello che in molti hanno fatto finta di non vedere per troppo tempo. Non c'è nulla da festeggiare, però: se da un lato l'inchiesta aperta e l'interessamento della politica hanno permesso di buttare fuori dalle viscere della terra quei veleni sepolti e a lungo rinnegati (con la speranza che ai fondi per la caratterizzazione facciano seguito stanziamenti per la bonifica), dall'altro resta la paura dei residenti di essere abbandonati. E di restare soli con quell'orrore fuori dalle loro porte.

«Faccio un appello alla magistratura affinché non ci abbandoni. Portate via questi rifiuti a cielo aperto. Per il resto non c'è molto da fare: mio marito è la terza volta che scopre di essere stato aggredito da un tumore: sono anni che viviamo sui rifiuti, non solo noi. E le abitazioni qui non valgono più nulla: nessuno vuole vivere sui veleni. Gli altri residenti - i pochi rimasti - che non sono morti di tumore chiedono la stessa cosa.

Stiamo raccogliendo le firme per far sì che questi scarti, questi rifiuti anche ospedalieri, vengano tolti» ha dichiarato Angela La Marra che vive lì. Nel fosso davanti ai teloni sono apparse bottigliette simili a quelle di medicinali, ancora piene; pomate mediche, flaconi da penicillina, persino una garza ancora intrisa di una sostanza che appare sangue. Un altro telone, dicono gli attivisti (alcuni dei quali hanno lamentato mal di gola e mal di testa), sarebbe addirittura andato a fuoco.

La nuova inchiesta - che per la prima volta ha messo in luce la presenza di percentuali di metalli pesanti che superano anche del doppio i limiti consentiti nelle falde - ha permesso di arrivare alla caratterizzazione del sito ma la paura dei cittadini è che, proprio a questo punto, si possa arenare tutto mettendo indietro le lancette di 21 anni.

«Ventuno anni di battaglie, tra inchieste aperte, archiviate e riaperte. Ma i rifiuti sono ancora qui. Speriamo che si arrivi, finalmente, alla bonifica anche se sappiamo che i tempi non sono affatto brevi. E che sia riconosciuto il disastro ambientale: tutto questo non può restare impunito» hanno aggiunto gli ambientalisti.