Venezuela nel caos, paura crescente nella comunità ciociara. Il Paese caraibico, infatti, nel corso degli anni è stato meta di immigrazione dalla provincia di Frosinone. Le comunità ciociare nel mondo sono presenti principalmente in Francia, Canada, Stati Uniti, Regno Unito, Argentina e appunto Venezuela. E poi in Svizzera, Germania, Belgio, Brasile e Irlanda.
Ciociaria, dunque, terra di emigrazione. Al 30 settembre 2014, ultimo dato disponibile, gli iscritti all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero (Aire) in Venezuela erano 2.524, con una crescita, rispetto al 2006, di un terzo. 60.00 gli italiani.
Un dato che, peraltro, era in controtendenza rispetto a quanto accadeva, negli stessi anni nelle comunità ciociare in Canada (-77%), Stati Uniti (-36%) o Francia (-8%). All'inizio della fuga dalla Ciociaria, il Venezuela non è certo una meta.

Tra fine Ottocento e inizio Novecento sono altri i Paesi, soprattutto Stati Uniti, ma anche Canada, Francia, Gran Bretagna, Argentina. È dopo la fine della seconda guerra mondiale, per sfuggire alla miseria di quegli anni, che dalla provincia di Frosinone si inizia a guardare anche al Venezuela. All'epoca nel Paese caraibico ci sono circa seimila italiani. Una presenza destinata però ad aumentare sensibilmente negli anni Cinquanta fino alla caduta della dittatura di Marcos Perez Jimenez. In quegli anni in Venezuela erano arrivati oltre duecentomila italiani, un terzo di tutti gli stranieri giunti a Caracas e nelle altre città dello Stato.

Tra i racconti degli immigrati italiani di quegli anni spicca un dato comune, ovvero la meraviglia per il fatto che in tutte le case c'era il frigorifero. La vita in quegli anni era sospesa tra la voglia di affermarsi e a crearsi un futuro in Venezuela e quella di fare fortuna per poi sfruttarla in Italia, agognando un ritorno che, a volte, era rimandato anno dopo anno.
Gli italiani che arrivavano in Venezuela erano soprattutto artigiani, attivi nel mondo delle costruzioni (tantissimi i muratori), ma anche falegnami, barbieri, cuochi, sarti. Chi ce l'aveva sfruttava le proprie conoscenze chi non aveva un mestiere si arrangiava come poteva. Ma il Venezuela è anche petrolio. E una parte dell'immigrazione italiana, soprattutto in tempi recenti, è stata attiva anche nel settore petrolifero.

Con il passare degli anni i legami con la madrepatria si sono allentati. Chi è rimasto ha diradato, anche per motivi anagrafici, i ritorni in Italia. Gli italiani di seconda generazione hanno cominciato a parlare sempre meno la lingua degli avi e il dialetto e a sentirsi più venezuelani. Un fenomeno comune anche ad altri paesi a grande immigrazione. La situazione politica, però, ora preoccupa e non poco gli italiani. Le notizie non sono buone, da una parte il presidente Nicolás Maduro, dall'altra l'autoproclamato presidente Juan Guaidò, le continue manifestazioni, gli scontri di piazza, i morti. E il mondo che torna, come ai tempi della Guerra fredda, a schierarsi in due blocchi: da una parte gli Stati Uniti, quasi tutti i paesi occidentali (con l'eccezione dell'Italia) e sudamericani; al seguito di Guaìdo, Russia, Cina, Turchia, Cuba e Bolivia con Maduro. Spagna, Francia e Germania hanno dato un ultimatum di otto giorni a Maduro per indire nuove elezioni e sbloccare l'impasse.

Ma i timori sono tanti. Come dimostra il boom di richieste di passaporti al consolato italiano di Caracas. Nel 2018, infatti, il
Venezuela ha raddoppiato i passaporti rilasciati rispetto agli ultimi due anni. Il miglior risultato di tutti i tempi per il Venezuela  con il consolato generale di Caracas terzo su oltre ducento uffici consolari al mondo. Segno che molti nostri connazionali stanno cercando una via di fuga. Il punto è che pur essendo la benzina venduta a prezzi stracciati, i beni di prima necessità
sono introvabili, mentre l'inflazione è schizzata a oltre un milione per cento. Un dollaro americano infatti vale oltre 1.569 bolivar soberani, introdotti per frenare l'inflazione.