Cesare Battisti, catturato in Bolivia dopo 37 anni di latitanza, fu processato e condannato dal tribunale di Frosinone. Fu processato, in contumacia, perla clamorosa evasione del 4 ottobre 1981 quando un commando liberò Battisti, 64 anni ora, e un detenuto comune Luigi Moccia dell'omonimo clan camorristico, allora ristretti nel vecchio carcere di piazza Risorgimento. I processi furono due, entrambi celebrati nell'allora tribunale di piazza Marzi. Il primo vide imputati i due evasi e altre otto persone, il secondo altri nove tra cui alcuni appartenenti all'organizzazione terroristica Prima Linea. La sentenza contro Cesare Battisti e gli altri nove fu pronunciata dal presidente Fausto Zapparoli (giudici a latere Rodolfo Messina e Giovanni Ferri) il 5 dicembre 1981 in una Frosinone blindata da eccezionali misure di sicurezza. Il pm era il procuratore Paolino Dell'Anno.

Nel corso del processo emerse che gli evasi, dopo esser stati liberati da quattro persone armate, capaci di immobilizzare gli agenti di custodia scapparono su un'Alfa Romeo rubata a Roma, con targa di un'altra vettura rubata a Napoli. L'Alfa sarà ritrovata al Giglio dove i liberatori di Battisti si allontanarono con una Simca furgonata rubata a Cassino e ritrovata a Prato di Campoli.
Quindi attraverso le montagne la fuga del gruppo proseguì in Abruzzo «non senza, peraltro, essere avvistato da alcuni locali», come si legge nella sentenza di primo grado.
Le prime ricerche si concentrarono su familiari e conoscenti degli evasi, compresa una fantomatica Chiara che scriveva a Battisti in carcere. Quindi gli investigatori si orientarono sulla pista del terrorismo «oltre che per la natura dei reati onde era stato imputato e condannato il Battisti si legge nella sentenza anche per le indubbie analogie che esso aveva con il colpo effettuato al carcere di Casale Monferrato onde liberare Curcio». Progressivamente si giunse all'identificazione dei componenti il commando e dei fiancheggiatori (che saranno processati a parte). Prima solo dei soprannomi "Caschetto","Gigi","Fritz". Poi nomi, cognomi, indirizzi e un covo, quello di Roma in via Voghera dove saranno arrestati il 24 gennaio 1982 tre di coloro che vennero giudicati nel secondo processo.

Decisive le impronte digitali rilevate sull'Alfa, appartenenti a una donna ritenuta delle Brigate Rosse e da alcune dichiarazioni confessorie. Che Battisti e Moccia fossero d'accordo è evidenziato dal fatto che i due si tenessero in allenamento in carcere facendo ginnastica «per tenere le membra in esercizio e pronte ad affrontare le fatiche della fuga». Emerse che il gruppo aveva fatto dei sopralluoghi a Frosinone, aveva delle cartine militari e uno schizzo dell'ingresso del penitenziario fatto da una sorella di Battisti. Il 5 dicembre 1981 la sentenza: la pena finale, considerato più grave il reato di detenzione di armi, fu di cinque anni per Battisti, Moccia e altri quattro tra cui il collaboratore di giustizia e grande accusatore di Battisti nei processi per i quali ha avuto l'ergastolo Pietro Mutti. Decise poi condanne a 1 anno e 8 mesi e a 2 anni e 5 mesi e due assoluzioni. Il 29 settembre 1982, nel processo bis altre sei condanne a 5 anni per chi favorì l'evasione, due a un anno e un'altra assoluzione. In appello ci furono diverse riduzioni delle pene da quattro anni a scendere (di un terzo per chi si dissociò dal terrorismo), per Battisti la sentenza di primo grado fu confermata. L'ultima parola alla Cassazione: il 9 aprile 1985 dichiarò inammissibili i ricorsi dei 15 condannati