Di ritorno da una gita a Matera hanno rischiato di morire. Scampata alla strage sulla Napoli-Canosa del 28 luglio 2013, costata la vita a 40 persone a bordo del bus precipitato dal viadotto autostradale, una coppia: un avvocato del foro di Frosinone e la sua compagna frusinate. La sentenza di condanna, pronunciata dal tribunale di Avellino, interessa anche loro, seppur nelle vesti di persone offese e parti civili nel processo. Il tribunale diAvellino ha inflitto otto condanne e disposto sette assoluzioni. Per la parte relativa all'incidente che ha coinvolto i due ciociari, decisa la condanna di una funzionaria della motorizzazione di Napoli al risarcimento del danno, da quantificare in sede civile, nonché una provvisionale immediatamente esecutiva di 10.000 euro nei confronti del legale e di 7.000 euro nei confronti della compagna più la refusione delle spese processuali. I due si erano costituiti parte civile attraverso l'avvocato Vincenzo Banfi.

È una domenica quel 28 luglio del 2013. Sulla Napoli-Canosa c'è traffico. È una giornata da bollino rosso e, a un certo punto, le auto si incolonnano anche per la presenza non distante di un cantiere. Su quel tratto di A16 c'è il bus che precipiterà dalla scarpata, diretto a Pozzuoli al rientro da un pellegrinaggio sulle orme di san Pio a Pieterlcina, ma c'è anche la Panda dell'avvocato. Lui e la compagna erano stati in visita alla città dei sassi. Anche loro tornavano a casa. Secondo la ricostruzione il pullman perderà per distacco il giunto cardanico ed il tronco dell'albero di trasmissione il che manda in avaria l'impianto frenante. Per un chilometro in discesa il bus è senza controllo. A bordo si scatena il panico, mentre l'autista, in tutti i modi, cercherà di evitare la catastrofe. Ma inutilmente.

Dopo aver urtato una serie di autoveicoli fermi prima di impattare contro il guardrail del viadotto Acqualonga che si staccava «per la omessa manutenzione delle barriere di sicurezza», come contestato nel capo d'imputazione. L'autobus dopo esser rimasto in bilico per qualche secondo precipitava nella scarpata sottostante, provocando la morte di quaranta persone (36 nell'immediatezza più altre quattro nei giorni successivi), il ferimento di nove persone sul bus e di altrettante tra gli occupanti dei vari mezzi coinvolti nell'incidente. L'accusa contestava anche l'omessa manutenzione del mezzo nonché la mancanza di revisione. Che, sempre in base alle accuse, si sarebbe tentato di far passare ex post («al fine di ottenere sostiene l'accusa il tagliando dell'avvenuta revisione»).

«Eravamo in doppia fila, come capita spesso in autostrada raccontò all'epoca l'avvocato ciociaro ad un tratto la mia compagna mi hachiesto: ma cos'è questo fracasso? Un rumore di ferraglia. Guardando dallo specchietto retrovisore, ho visto il pullman arrivare a tutta velocità e travolgere le auto che aveva davanti. D'istinto ho accelerato e mi sono buttato verso sinistra. Poi l'urto violento. Il bus ci ha colpiti sulla destra agevolando la mia manovra e siamo finiti su un'altra macchina. Poi ne ha preso in pieno un'altra ed è volato giù nel vuoto. Ho dato solo uno sguardo per capire l'altezza e ho visto che il salto era stato terribile».

Il giudice monocratico del tribunale di Avellino ha inflitto condanne a 12 anni (per il titolare della società che aveva organizzato la gita), otto anni (per la funzionaria della motorizzazione napoletana), sei anni, cinque e mezzo e cinque (a sei dirigenti di Autostrade), nonché assolto in sette tra funzionari della Motorizzazione e dirigenti di autostrade, compreso l'amministratore delegato.