Spaccio alla finestrella del Casermone sul modello Scampia. A ricostruire l'indagine, condotta da carabinieri e polizia che il 7 dicembre 2016 arrestarono 43 persone (tra carcere e domiciliari), è stato il capo della squadra mobile di Frosinone.
Il vicequestore aggiunto Carlo Bianchi ha ripercorso le tappe dell'indagine. A inizio udienza il pubblico ministero Adolfo Coletta ha chiesto l'acquisizione della sentenza di condanna, in primo grado, con il rito abbreviato, sempre per Fireworks, dei quindici per i quali è in corso l'appello. Al riguardo il tribunale, all'esordio con la nuova composizione (presidente Giuseppe Farinella, giudici a latere Chiara Doglietto e Marta Tamburro) si è riservato dopo l'opposizione dell'avvocato Tony Ceccarelli che ha chiesto di acquisire unicamente le parti della sentenza non impugnate e non relative al reato associativo.
Sotto accusa nel procedimento in corso sono perlopiù le vedette e comunque esponenti di secondo piano, eccetto Diego Cupido, leader degli intoccabili, condannato in appello a diciotto anni per associazione a delinquere in quel procedimento, e ora imputato pure per Fireworks.

L'uomo, visibilmente debilitato, in udienza era in barella, giunto dal carcere di Napoli. Per lui la Corte d'appello di Roma, nonostante un parere favorevole del procuratore generale, ha respinto la richiesta di arresti domiciliari per incompatibilità con il regime carcerario. L'inizio d'indagine fu avvantaggiato da un particolare fortuito ovvero la cessione di un'auto da uno degli appartenenti all'organizzazione degli Intoccabili a uno degli imputatidi Fireworks. Quell'auto, una Bmw ha spiegato Bianchi era monitorata con una micropsia. Da lì ha aggiunto il dirigente della Mobile l'indagine si è allargata con altre intercettazioni telefoniche, ambientali e osservazioni. Il Casermone era costantemente osservato con una serie di telecamere per monitorare gli accessi alla finestrella, dove avveniva lo spaccio in modalità protetta.

Come emerso dalle indagini, infatti, la postazione era blindata e il passaggio soldi-droga avveniva in modo tale da non consentire l'individuazione, da parte dell'acquirente, di chi passava la droga. «Erano delle conversazioni troppo assurde ha detto il vicequestore ma parlavano di turni, di sanzioni disciplinari, dei rischi di intervento delle "guardie", della preparazione della droga e dello spaccio. Solo con il parlato abbiamo avuto conferma dell'esistenza di un'attività di spaccio al Casermone». Le prime conversazioni intercettate ha detto Bianchi erano quelle dell'acquirente della Bmw Bruno Grandi che, poi, stando a quanto ricostruito dal teste avrebbe convinto anche il fratello Saverio a intraprendere l'attività.
Un'attività particolarmente remunerativa. Il vice questore ha ricordato che le vedette e gli addetti alla vendita facevano a gara per lavorare nei week end. L'obiettivo era centrare la "botta", il premio di produttività da cento euro per ogni diecimila euro di droga venduta a turno. C'erano perfino «multe con sanzioni economiche e sospensioni ed espulsioni per chi violava le regole».

Nel corso di un'operazione, gli agenti trovarono l'elenco dei turni divisi in tre fasce, 6-14, 14-22 e 22-6. Previsti riposi con «obbligo di chiedere il cambio fino a 12 ore prima». Inoltre c'era la «possibilità di scalare ruoli gerarchici». I ruoli, come ricostruito da Bianchi, erano di vedette, che dovevano dare l'allarme al grido "Nerone" o "Carmela", addetti al confezionamento, capi turno e vertici. Tornando alla finestrella, Bianchi ha ricordato che aveva un vetro blindato antisfondamento e un'inferriata nonché un blocco dall'interno con un paletto. «Il paletto ha aggiunto il vice questore era imposto come regola ed era l'estrema difesa». Le vedette, invece, erano piazzate a tutti gli ingressi. Dopo un tentativo di incursione della polizia dal quarto piano fu realizzata un'altra inferriata. Il teste ha fatto riferimento a un provvedimento dell'Ater, del gennaio del 2017, di segnalare ogni opera abusiva, come le inferriate. Quanto alle prove dello spaccio, Bianchi ha fatto cenno a una «serie di recuperi spalmati per non far insospettire» gli indagati ma sufficienti a «dimostrare lo spaccio continuato».

I prezzi erano di 20 euro per una minidose di cocaina cotta da 0,20 grammi, mentre l'hashish era venduto a 10 euro.
Durante un servizio di controllo, in un'ora, «fu impossibile fermare tutti», ma vennero perquisite otto persone che avevano acquistato droga per 400 euro. Un passaggio anche sulla contabilità della droga ritrovata dagli agenti: «la rendicontazione era necessaria per il cambio del turno e il passaggio del borsello con l'incasso e la droga». Il vice questore ha ricordato un fatto curioso: un acquirente di hashish dopo esser stato bloccato dagli agenti torna subito a riacquistare la stessa sostanza e viene malmenato perché scambiato per agente provocatore, in quanto visto mentre la polizia lo fermava. E in un'intercettazione, la polizia sentiva uno dei capi dell'organizzazione, Valenti, lamentarsi di ciò perché pur sempre si trattava di gente che portava soldi al gruppo.

Bianchi ha aggiunto che non c'era un grosso stoccaggio di droga, ma continui approvvigionamenti di piccoli quantità che venivano lavorate e subito vendute. «Di fatto non siamo mai riusciti a trovare il deposito», ha confermato. Grazie alle telecamere la squadra mobile ricostruì, in due giorni, un sabato e un martedì, del maggio 2015, cessioni di droga a 469 clienti e a 225. Per questo Bianchi ha parlato di «guadagni e cifre a piu zeri al giorno». L'udienza è stata aggiornata per consentire la prosecuzione dell'audizione del vicequestore. Il collegio difensivo è composto dagli avvocati Marco Maietta, Giampiero Vellucci, Riccardo Masecchia, Luigi Tozzi, Luisa Ambroselli, Fiorella Testani, TonyCeccarelli, Rosario Grieco, Carlo Mariniello, Nicola Ottaviani, Antonio Ceccani e Marilena Colagiacomo.