Era il "cavaliere nero" a tenere insieme cash and carry, fatture per operazioni inesistenti per 35 milioni, un'evasione dell'Iva pari a 10 milioni di euro, tecnici informatici, società esistenti solo sulla carta per stoccare grossi volumi di alimenti di marche note nella distribuzione nazionale a prezzi imbattibili. Proprio lui, deus ex machina di un complesso sistema di scatole cinesi, che poteva contare su menti ben allenate in materie giuridiche, finanziarie nonché ben addentrate nel mondo bancario.

È questa l'ipotesi della Guardia di Finanza di Frosinone che ieri ha reso noti tutti i dettagli dell'operazione "Il cavaliere nero", dal soprannome dell'indagato considerato "la mente" del sistema di frode all'ingrosso. A finire in manette (su esecuzione dell'ordinanza emessa dal gip Logoluso di Frosinone) è stato il cinquantunenne Arturo Salvatore Di Caprio, nato a Valle di Maddaloni ma residente da anni a Cassino, già finito in diverse inchieste anticamorra, sottoposto ieri mattina a interrogatorio di garanzia alla presenza dei suoi avvocati Stevanato e Dell'Anno. Ai domiciliari, invece, Maurizio Greco nato a Carrara nel '54 e residente a Grosseto (difeso dall'avvocato Roberto Molle) e Luca Pagano, nato a Salerno nel '73 e residente a Baiano (assistito dai legali Musto e Follaro): tutti chiamati a rispondere, insieme a un autista di mezzi pesanti di Anagni e a un ex dipendente di una società di Terni, dell'ipotesi di associazione per delinquere finalizzata alla truffa. Gli altri (in tutto 26,di tutta la provincia di Frosinone e anche di fuori Regione) di truffa aggravata dalla rilevante entità del danno cagionato ai fornitori, alla falsità ideologica; dall'intestazione fittizia di beni alle false dichiarazioni d'intento presentate per ottenere l'esenzione dell'Iva.

I ruoli e i livelli della truffa
Era Di Caprio, per gli uomini del colonnello Rapuano del Gruppo di Cassino della Guardia di Finanza di Frosinone, agli ordini del colonnello Gallozzi a gestire il complesso sistema truffaldino, mettendo a regime i traffici grazie a due "spalle" su cui contare: il quarantacinquenne di Baiano, considerato (sempre dalle Fiamme gialle) trait d'union con gli autisti, una sorta di «referente della società, braccio esecutivo che si interfacciava con i prestanome ha spiegato il colonnello Rapuano mentre il sessantaquattrenne di Grosseto era la mente informatica del gruppo».
Secondo le Fiamme gialle, i livelli della truffa perpetrata ai danni di grossi colossi come Coca-Cola, Peroni, Parmareggio, Olio Dante, Parmacotto e Ferrero che sono parti lese erano almeno due: quello della classica truffa che prevedeva il pagamento dei primi ordini ma non dei successivi, potendo contare su false attestazioni di bilanci floridi ma solo sulla carta: società cartiera dopo società cartiera (oltre una dozzina), create ad hoc per acquistare credibilità sul mercato. Il secondo livello, invece, era quello legato alle false dichiarazioni d'intento relative all'esportazione della merce all'estero al fine di evadere l'Iva: la merce destinata all'estero veniva invece rivenduta in attività commerciali di mezza provincia a prezzi imbattibili con un duplice effetto negativo. Da una parte, il mancato versamento dell'Iva; dall'altra una concorrenza sleale nei confronti degli onesti operatori del settore.
Le grosse partite di alimenti venivano stoccate in prima battuta in un'attività di Ceccano (ora sequestrata) dove venivano apposte anche nuove etichette rispondenti ai dettami di legge, il che prevede anche la connivenza e la bravura di qualcuno deputato a stampare i cartellini da apporre. L'indagine, partita nel 2015 dal controllo di un furgone di merce alimentare priva di tracciabilità, ha portato a scoperchiare il Vaso di Pandora. Sequestrati beni e immobili, conti correnti e quote societarie per circa 1 milione di euro riconducibili all'organizzazione che operava in tutta Italia