«Luigi è un martire del malaffare e della corruzione. Come mai soltanto ora, con la sua morte, è stato aperto un fascicolo d'indagine a carico di ignoti? Perché non prima?». Parole dure, intrise di dolore e di rabbia. Sono quelle di un uomo distrutto dalla morte del figlio, che si è tolto la vita mercoledì scorso nella casa di famiglia alle Mole Bisleti con un colpo di pistola.
Michele Vecchione non si rassegna all'improvvisa perdita del figlio Luigi, 43 anni, stimato ingegnere meccanico che aveva lavorato a lungo come ricercatore all'Università La Sapienza di Roma. Proprio a questo rapporto con l'ateneo il padre attribuisce la decisione di suo figlio di farla finita. Questo perché Luigi, due anni fa, aveva sollevato un caso inviando un dettagliato esposto all'Autorità nazionale anticorruzione in cui denunciava l'esistenza di una vera e propria "concorsopoli" all'interno dell'ateneo romano e di alcuni corsi tenuti a Viterbo. Segnalazione che l'Anac aveva a suo volta inoltrato alle procure di Roma e del capoluogo della Tuscia, che indagano.

Luigi aveva lavorato al suo progetto di ricerca fino al 31 agosto scorso. Scaduto il contratto, l'incarico non gli era stato rinnovato anche se il progetto non era concluso. Avrebbe avuto bisogno di un altro anno per portarlo a termine.
Anche per questo, forse, si sentiva perseguitato dall'università. E poche ora prima di uccidersi ha voluto recarsi in questura, a Frosinone, insieme al suo avvocato Angelo Testa. «Non è stato un incontro di tipo investigativo - precisa l'avvocato Testa. Piuttosto un incontro di carattere umano. Luigi voleva essere rassicurato, dopo la denuncia all'Anac pensava che dalla facoltà ce l'avessero con lui». Luigi avrebbe lasciato degli appunti, consegnati poi da suo padre agli inquirenti della procura frusinate che indaga sul suicidio dell'ingegnere.