In tredici anni nulla è cambiato. O quasi. Il fiume Sacco e la sua schiuma hanno riportato l'allarme per la situazione di devastazione ambientale di tutta la valle. A nulla sono valsi gli allarmi, gli studi scientifici sugli effetti devastanti di anni di inquinamento selvaggio, le denunce, i processi, le nuove inchieste e i nuovi sequestri. Il punto è che nel fiume si continua a scaricare. E, purtroppo, anche impunemente. A questo punto le denunce, come l'ultima presentata dai consiglieri comunali di Castro dei Volsci per la schiuma comparsa venerdì, non bastano. In tutto ciò, l'Associazione dei medici di famiglia per l'ambiente di Frosinone chiede un piano di prevenzione straordinario. Ma, soprattutto, le associazioni, a gran voce, pretendono la bonifica.

L'inquinamento del fiume Sacco è balzato agli onori della cronaca nazionale tredici anni fa quando ci fu l'avvelenamento delle mucche sul rio Mola Santa Maria. Era il 19 luglio 2005. Fu un agricoltore a trovare le prime mucche morte, a ridosso del ruscello. Alla fine se ne conteranno 25. Ci furono gli abbattimenti con conseguente danno a un'economia, storicamente agricola. Del resto, solo alcuni mesi prima, un po' più a Nord, era scoppiato il caso del beta-esaclorocicloesano trovato nel latte di un'azienda agricola di Gavignano dopo un controllo a campione.

Ma quella sostanza, il b-Hch, saltò fuori nel latte di altre 36 aziende tra Segni, Gavignano, Colleferro, Anagni e Sgurgola. Segno che l'inquinamento non era episodico, come avrebbero dimostrato, anni dopo, le indagini epidemiologiche sulla gente che vive a ridosso del Sacco. Poi c'è stata l'inclusione del fiume Sacco nel Sin, il Sito di interesse nazionale. In un periodo più recente, c'è stata la riperimetrazione, servita a indicare le aree a rischio e quelle sulle quali occorre valutare se e quali interventi di bonifica effettuare. Nel frattempo, tante aree erano state interdette alla coltivazione, mentre erano fioccate le ordinanze di divieto d'uso dei pozzi e delle acque ritenute contaminate. Il cuore del problema è a Colleferro, lì dove sorgevano le industrie militari e chimiche, ma l'inquinamento riguarda tutto il corso. E dove il processo, pur a fatica, è ripartito recentemente.

Nello specifico, le associazioni Medici di famiglia per l'ambiente di Frosinone e Civis di Ferentino propongono, alla Asl, «di collaborare alla redazione ed attuazione di un piano di prevenzione straordinario per la contaminazione da Hch, il famigerato lindano, che a tutt'oggi risulta essere ancora presente in elevatissime concentrazioni nelle acque e nei sedimenti del Sacco e delle sue fasce ripariali, come certificato sia dall'Arpa Lazio che dall'Ispra».

Le associazioni insistono sul piano di prevenzione straordinario ritenuto «ormai indispensabile poiché il recente studio della professoressa Eufemi, già pubblicato, ha provato l'incidenza del lindano nell'insorgere di diverse patologie tumorali; fino ad ora non vi era nessun rilievo scientifico certo della causa-effetto fra lindano e tumori: ora tale riscontro esiste e non può essere ignorato. Il piano di prevenzione avrebbe una valenza innovativa non solo per il nostro territorio ma anche per altre aree d'Italia nelle quali esistono criticità simili. Abbiamo richiesto alla Asl di Frosinone un secondo incontro per discutere ed avviare queste nuove proposte di collaborazione».