Il latitante classe 1961 Giovanni Diana, affiliato al "Clan dei Casalesi", è stato arrestato a Ceccano ed è finito dietro le sbarre del carcere di Napoli-Secondigliano. La polizia di Caserta, entrata in azione l'altro ieri sera assieme alla squadra mobile di Frosinone, ha stanato il fuggiasco cinquantasettenne da un casolare di proprietà dell'allevatore ceccanese, il cinquantunenne Franco Fabi. È finito in manette anche quest'ultimo, che è stato tradotto presso la casa circondariale del capoluogo in quanto ritenuto responsabile, in concorso col ricercato campano, di detenzione di arma clandestina, ovvero un fucile a canna unica che era sprovvisto altresì di matricola e marca. Lo stesso Fabi, inoltre, è stato denunciato per reato di favoreggiamento personale al pari di un quarantenne frusinate che si trovava in compagnia del camorrista al momento della cattura.

Il pregiudicato Giovanni Diana è niente di meno che il cognato di Salvatore "Scintilla" Nobis, uno dei fedelissimi del superboss Michele "Capastorta" Zagaria, ed era stato colpito un mese fa da un'ordinanza di custodia cautelare per il reato di tentata estorsione ai danni di un imprenditore agricolo di Francolise (Caserta). Un reato che, stando al provvedimento emesso dal Gip di Napoli, è aggravato dall'appartenenza a un'associazione mafiosa ed è stato commesso in concorso con suo fratello Tommasso, 53 anni, e Davide Natale, 24 anni e originario di Santa Maria Capua Vetere al contrario del duo "made-in-Casal di Principe".

I precedenti del "Casalese"
Nell'ambito della maxi-operazione "Azimut", coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia della Procura di Napoli, Giovanni Diana è già stato nel novembre 2015 tra i sei destinatari di un decreto-bis di sequestro preventivo di beni mobili e immobili dal valore di circa 2.700.000 euro. Gli altri cinque nella "black list" erano Salvatore Borrata, Aldo Cristiano, Nicola Panaro, Antonio Ettore Patalano e Francesco Schiavone, "soltanto" un omonimo da non confondere col noto capoclan "Sandokan", che sta scontando l'ergastolo. Il 6 febbraio dell'anno scorso, a seguire, i carabinieri del Ros e del comando provinciale di Caserta hanno applicato la misura di prevenzione definitiva direttamente nei confronti del solo Diana. L'apposizione dei sigilli, su proposta della Procura della Repubblica di Napoli, è avvenuta presso un'azienda di allevamento di bufale in quel di Francolise e ha portato al sequestro, oltre che dei beni strumentali (capannoni, mezzi agricoli e attrezzature), di ben undici terreni (diciannove ettari) e di più o meno cinquecento capi di bestiame, che erano stati accertati nella sua disponibilità indiretta. Era risultata, infatti, un'evidente difformità tra le sue capacità reddituali e le effettive disponibilità patrimoniali. Oltre che sul proprio conto corrente, infatti, il camorrista Diana era abilitato a compiere operazioni su altri due, di cui uno era intestato a sua sorella Rosa, ossia la formale titolare dell'impresa zootecnica. Tra i beni sottratti al diretto interessato, infine, la terza parte di un appartamento composto da cinque vani e mezzo e sito a San Cipriano d'Aversa e tre appezzamenti ubicati a Caserta.

L'operazione "Azimut"
La complessa indagine, avviata dal giugno 2012 al maggio 2013, ha consentito di individuare e braccare i nuovi capi e gregari del "Clan dei Casalesi" dopo l'arresto del "capo dei capi" Michele Zagaria e ha portato alla confisca di un patrimonio pari a trentaquattro milioni di euro. Il duro colpo all'associazione di stampo camorristico, ramificato in altre zone d'Italia, fu assestato il 10 novembre 2015 grazie ad attività sul campo, intercettazioni e confessioni dei collaboratori di giustizia. Furono in diciannove allora a essere accusati di traffico illegale di armi, intestazione fittizia di beni e sequestro di persona. I più famosi tra di loro sono Vincenzo Borrata e Carmine Schiavone, conosciuti come "Enzuccio ‘o Casalese" e "Carminotto ‘o Staffone", già arrestati nel 2013.
Il secondo è il figlio di Francesco "Sandokan" Schiavone, fondatore del clan tra gli anni Ottanta e Novanta. La polizia di Caserta, a distanza di quasi tre anni dalla maxi-retata, ha sbattuto al fresco in due giorni una coppia di pericolosi latitanti. Ad anticipare l'arresto di Giovanni Diana a Ceccano, infatti, è stato quello in Molise del cinquantaduenne Vincenzo Della Volpe, braccio destro del boss pentito Antonio "‘O Ninno" I ovine e in fuga da tre mesi dopo una condanna a sette anni di reclusione per associazione a delinquere di stampo mafioso, turbata libertà degli incanti e del commercio. Reati, anch'essi, aggravati dall'appartenenza al "Clan dei casalesi". Quello che fino a qualche giorno fa aveva un suo uomo di fiducia nascosto in città.