Vittorelli e suo fratello oggi davanti al giudice. Prima udienza dibattimentale questa mattina per appropriazione indebita a carico di dom Pietro: nell'ipotesi della procura di Roma, la sottrazione di somme, ingenti, destinate ai bisognosi.
Lo scandalo è quello delle "spese pazze" del 2015 e, al di là di quanto verrà stabilito dai giudici, rappresenta ancora una ferita non solo per l'abbazia benedettina. Le accuse, ovviamente, fanno riferimento a quei 500.000 euro destinati a opere caritatevoli o di culto e che, invece, per i magistrati di Roma sarebbero stati "dirottati" verso viaggi e lussi.
Nessuno, invece, né la diocesi né il monastero hanno mai lamentato nulla, come ribadito dalla difesa dell'abate emerito, pronta a dimostrare tutto ribattendo alle accuse, punto per punto. Dalle 9.30 Vittorelli assistito dai suoi avvocati, Sandro Salera e Bartolo affronterà il processo insieme a suo fratello Massimo (rappresentato dall'avvocato Matteo Maria La Marra) chiamato invece a rispondere di riciclaggio. Le difese hanno già le armi ben affilate: nessuna sottrazione illecita, nessun ammanco.

La Finanza raccolse prove a carico del dom per «aver utilizzato a scopi personali i soldi dell'otto per mille fatti transitare su conti sospetti grazie all'aiuto del fratello Massimo, al tempo intermediatore finanziario»: ipotesi che sostanziò i sequestri di case e conti per circa 500.000 euro. Oggi le difese proveranno a demolire (prove alla mano) queste ipotesi: sul conto corrente di Montecassino, su cui confluiscono i fondi destinati all'otto per mille «non è stato sottratto un solo centesimo.
Le somme prelevate per le cure necessarie a dom Pietro Vittorelli sono invece state prelevate da quel conto dell'abbazia in cui confluiscono tutti gli atti dei possedimenti immobiliari di Montecassino. Sostanzialmente la famiglia di un membro della comunità monastica è proprio la stessa comunità monastica. Quindi hanno ribadito le difese quando un membro ha bisogno di cure, i soldi vengono prelevati dal conto di "famiglia": dunque, da quello di Montecassino. Non certo sarebbero potute essere somme "fornite" dallo Stato italiano, come invece ipotizzato dalle accuse che fanno riferimento a ben altri conti.
Stessa considerazione per suo fratello Massimo, che con l'abate emerito aveva il conto cointestato: durante il duro periodo della malattia, solo lui avrebbe potuto fisicamente provvedere a saldare conti per cliniche, fisioterapia e tutto il necessario per la riabilitazione». Ora la battaglia si sposta in aula: dopo rinvii e lunghe attese, il processo può partire.