C'era attesa per quello che avrebbero potuto dire gli indagati dell'inchiesta di Parma "Conquibus". Ieri, infatti, erano fissati gli interrogatori di garanzia per gli undici indagati. Ma tutti hanno deciso di prendere tempo per studiare la lunga ordinanza, oltre ottocento pagine, nella quale il gip Mattia Fiorentini ha messo nero su bianco le accuse a Franco Aversa e agli altri.
All'ematologo dell'ospedale di Parma, nonché professore di Malattie del sangue, sono contestati 31 reati che vanno dalla truffa alla corruzione, dall'abuso d'ufficio all'induzione indebita a dare o promettere utilità. Aversa, accompagnato dal suo avvocato Roberto Sutich, è stato di fronte al magistrato giusto il tempo necessario per le formalità burocratiche e mettere a verbale la sua intenzione di avvalersi della facoltà di non rispondere. L'altra principale indagata, l'imprenditrice perugina Patrizia Gagliardini della società organizzatrice degli eventi medici, pur avvalendosi anch'essa della facoltà di non rispondere, ha reso delle spontanee dichiarazioni nelle quali ha respinto le accuse, sostenendo la legittimità delle operazioni compiute.

Nell'ordinanza di custodia cautelare, il gip Mattia Fiorentina ha evidenziato, per il capitolo relativo al reato di truffa, l'attività che il medico frusinate avrebbe svolto extra moenia. Un'attività svolta in provincia, nello specifico a Veroli, presso lo studio medico Genovesi e il laboratorio di analisi Mar come hanno ricostruito gli investigatori dell'Arma. Ma lì, avendo il professore il vincolo di esclusiva con l'ospedale di Parma, per il quale avrebbe percepito, dalla struttura sanitaria, dal 2013 al 2015, 36.946 euro. Peraltro, nel 2016, il professore aveva ricevuto una "visita" dei carabinieri del Nas di Latina, proprio a Veroli. Tanto che, in un'intercettazione, lo stesso avrebbe detto a una paziente che avrebbe postdatato la fattura. Alla donna, secondo quanto ricostruito dall'inchiesta, l'uomo avrebbe consigliato, nel caso fosse stata chiamata dai carabinieri, di riferire che la visita era avvenuta a Parma. Il nome sarebbe stato poi aggiunto nell'agenda degli appuntamenti di Aversa in Emilia. L'operazione come ricostruito sarebbe stata completata da un versamento alla cassa automatica. Il medico avrebbe detto ai collaboratori che stava anticipando i soldi della paziente.

Gran parte dell'inchiesta, tuttavia, ruota sull'organizzazione dei congressi e le sponsorizzazioni così ottenute. Il gip sostiene infatti che «vigeva un tacito accordo basato sullo scambio di favori, secondo cui l'uno si rivolgeva sistematicamente all'altra per l'organizzazione dei congressi-convegni-eventi in cui al Csc fungeva da provider, mentre quest'ultimo versava al medico lauti compensi per l'opera da lui prestata (regolarmente contabilizzati) e, in aggiunta, spartiva con lui parte delle somme elargite dalle case farmaceutiche sotto forma di sponsorizzazione, che assurgevano a forma prescelta per la corresponsione della tangente (ovvero del "dazio" che le aziende dovevano versare, talvolta pressate a farlo, talaltra di loro sponte, per onorare il patto corruttivo)». Stando alle accuse, peraltro, il sistema messo in piedi avrebbe consentito di ricavare degli utili nella differenza tra le sponsorizzazioni per i convegni e i costi sostenuti. E tali soldi in più sarebbero stati redistribuiti, secondo quanto ricostruito dall'inchiesta. Il punto è che, solo chi sponsorizzava è la tesi della procura di Parma aveva la certezza di vedere utilizzati i propri prodotti. Anche se e su questo gli investigatori sono stati subito chiari la scelta avveniva tra prodotti equivalenti.