Giovedì 11 ottobre il Tar del Lazio tratterà nel merito il ricorso bis dell'allevatore Giovanni Cortina per l'annullamento del divieto "caligioriano" di pascolo presso l'ex Snia di Bosco Faito. Con l'udienza pubblica verrà messa così la palla decisiva al centro del campo. La nota questione è stata sollevata nel marzo 2017 del Centro studi Tolerus, soggetto controinteressato ma non costituito in giudizio, ed è stata poi al centro di un servizio di Striscia la notizia, "La polveriera degli animali", e di un altro del Tgr. L'imprenditore zootecnico Cortina, detentore di 158 suini nell'area del Sito di interesse nazionale "Bacino del fiume Sacco", ha già ottenuto lo scorso 10 maggio la sospensione dell'efficacia delle interdittive ordinanze sindacali numero 133/2017 e 10/2018, emesse rispettivamente l'8 novembre e 23 febbraio.

Le ordinanze sindacali
Il secondo atto, con cui è stato accentuato il principio di precauzione in materia ambientale, aveva superato il primo, che tra l'altro non era stato nemmeno notificato al diretto interessato. La contromossa comunale era stata attuata tre giorni dopo il primo ricorso, «cancellato dal ruolo - spiegò poi l'avvocato dell'ente Massimo Cocco - da parte del collegio, che ha disposto il non luogo a provvedere sull'istanza di sospensiva» dell'ordinanza numero 133, ormai ridotta a un "pugno di mosche".

Impugnata anche l'altra, però, il ricorrente è riuscito nell'intento di far "congelare" il provvedimento generale del sindaco Caligiore. A prevalere sul principio precauzionale, infatti, è stato il "periculum in mora" per lo svolgimento della sua attività, ossia il danno materiale che avrebbe subito fino alla pronuncia di merito, che avverrà a distanza di cinque mesi.

L'ordinanza cautelare
Il Tribunale amministrativo regionale, che ha altresì condannato il Comune al pagamento delle spese della controparte (1.500 euro oltre agli accessori di legge), ha considerato che «ad un sommario esame che è proprio della fase cautelare - recita la relativa ordinanza - non paiono destituite dal giuridico fondamento le censure del ricorrente basate, da un lato, sull'esclusione da parte della competente Asl, nelle note del 30 novembre 2017 e del 9 marzo 2018, di ogni ipotesi di pericolo per la salute pubblica e degli animali ascrivibile alla possibile presenza di amianto o di metalli pesanti e, dall'altro, sull'indeterminatezza degli altri potenziali rischi, non solo derivanti dall'amianto, rispetto a cui l'ordinanza sindacale confermativa della prima sarebbe funzionale, non essendovi allo stato neppure un piano di caratterizzazione dell'area interessata dal predetto divieto».

Quello basato «su mere congetture - aveva commentato l'avvocato Alessia Cerroni, legale di Giovanni Cortina - visto che non sono stati ancora ricostruiti gli eventuali fenomeni di contaminazione del sito, dove è certa la sola presenza di amianto, il cui effetto nocivo sulle carni degli animali non è scientificamente provato». È in arrivo, per il momento, l'illuminante sentenza del Tar. Una sentenza che, ovviamente, potrà essere impugnata da chi uscirà sconfitto dalla "guerra dei maiali" con seguente proposta di appello al Consiglio di stato.