Intestazione fittizia di beni aggravata dal metodo mafioso. È questa l'accusa mossa al figlio primogenito dell'ex capo clan di Casalesi Francesco "Sandokan" Schiavone, Nicola Schiavone, che varcherà la porta del tribunale di Cassino l'11 ottobre prossimo. È quella la data dell'inizio dello stralcio del processo che vede Schiavone jr, assistito dall'avvocato Stefania Pacelli, come unico imputato. Stesse accuse anche nei confronti di altri imputati (a piede libero e senza alcuna prescrizione) che dovranno affrontare ancora l'udienza preliminare: alcuni a Roma; altri davanti al tribunale di Napoli Nord, rappresentati dagli avvocati Carbone, Giuliano e Corsetti. Tronconi differenti, stralci di un'unica inchiesta principe nata dall'indagine della Guardia di Finanza di Cassino sotto il coordinamento della Dda di Napoli che fece scattarele manette ai polsi di quattro persone per un'ipotesi di associazione di stampo mafioso (aggravante decaduta in sede di Riesame) e a iscrivere nel registro degli indagati 18 persone, accusate di intestazioni fittizie di beni o reimpiego di capitali di dubbia provenienza. Con l'esecuzione, contestuale, di sequestri preventivi milionari. Quattro le persone già giudicate e assolte a Cassino.

Ora restano in piedi ancora due stralci, uno dei quali vede come imputato proprio Nicola Schiavone - divenuto intanto collaboratore di giustizia già rinviato a giudizio e pronto per l'apertura del processo a Cassino (vista l'incom petenza territoriale decisa dal tribunale di Santa Maria Capua Vetere). Secondo le accuse a "tradire" il boss sarebbe stata la sua passione per le auto di lusso, perno nell'analisi delle attività finite sotto lalente degli inquirenti degli affari oggetto d'indagine. La passione per Porsche e Ferrari, sarebbe stato da sempre il tallone d'Achille dei clan: seguendo proprio la scia di una Rossa fiammante gli inquirenti nel 2016 erano riusciti a individuare un diretto collegamento tra Cassino, la camorra e le auto di grossa cilindrata. In quella indagine della Dda finirono anche due professionisti della città martire accusati di associazione di stampo mafioso finalizzata al riciclaggio.