Segni geometrici per "disegnare" il futuro. La famosa alterazione delle schede doveva permettere il ricorso elettorale, la "certificazione" di presunti voti di scambio, una sentenza favorevole e, soprattutto, il ribaltamento del risultato elettorale.
Alla spalle una sconfitta bruciante, un sogno accarezzato e poi sfumato per 32 voti. Ben 1945 le preferenze che incoronano Gioacchino Ferdinandi sindaco il 12 giugno 2017 e 1913 quelle che fermano la corsa del dottor Ettore Urbano, appassionato di politica da decenni, con cariche importanti (finanche in consiglio regionale) nel proprio bagaglio.

In questo contesto e subito dopo il voto - ricostruiscono gli investigatori - sarebbe maturato l'incontro tra lui e il dipendente comunale Luigi Spiridigliozzi. Si sarebbero visti quel pomeriggio stesso per parlare proprio dell'esito delle urne. Le schede erano ancora lì, negli uffici comunali, al primo piano. La domanda se fosse possibile "fare qualcosa" per alterarle avrebbe incontrato una risposta positiva. E anche risolutiva. Perché, per sua stessa ammissione, il dipendente si rende «esecutore materiale», come scrivono gli investigatori, del «disegno criminoso» che vede Urbano nei panni di «ideatore e istigatore».

Ma perché si sarebbe prestato a un simile atto, un reato che andava a violare la libera espressione di voto? Sullo sfondo ci sarebbero i vantaggi. Dapprima un intrinseco piacere, magari, nel vedere quella coalizione sedere sullo scranno più alto, dall'altro la possibilità di avere un potenziale "ruolo di prestigio" all'interno del Comune. Sempre e solo in caso di ribaltamento del risultato e di incoronazione del dottor Urbano quale primo cittadino.

«Urbano era il primo beneficiario dell'eventuale accoglimento del ricorso» e, in caso di insediamento nei panni di sindaco, poteva «conferire all'altro un incarico nell'ambito di un ufficio di diretta collaborazione».
E gli altri? Ci sono i due rappresentanti di lista (indagati) che affermano "falsamente" di aver visto una ottantina di schede con i segni geometrici e, successivamente, firmano la dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà «così garantendo - scrive il gip - a Urbano di utilizzare le schede elettorali contraffatte per ottenere l'accoglimento del ricorso elettorale presentato presso il tribunale amministrativo del Lazio».

E' il passaggio ultimo del famoso «disegno» che permette di azionare la leva della giustizia. Un quadro probatorio reso possibile da cinque mesi di attività di indagine intensissima. Gli uomini della squadra informativa del Commissariato hanno lavorato senza sosta, coordinati dal sostituto procuratore Roberto Bulgarini Nomi. Decine e decine le persone ascoltate - qualcuna indagata con l'accusa di false dichiarazioni al Pm - ma anche accertamenti, perizie, intercettazioni.

Sei gli indagati attuali (compreso Urbano) con contestazioni differenti, anche se non si possono escludere ulteriori sviluppi e, chiaramente, indagati. Diversi, presumibilmente, anche i ruoli, tra chi sapeva di più e chi di meno. Chi, magari, poteva immaginare che, a un certo punto, potesse esserci la possibilità di vantare "favori" da Urbano o, quanto meno, di chiederglieli.
Da questo quadro, ricostruito dettagliatamente, la misura cautelare personale degli arresti domiciliari emessa dal Gip, dottor Gabriele Montefusco nei confronti di Urbano lunedì mattina. Per lui i reati di violazione della legge elettorale (art. 90 D.p.r. 570 del 1960) e falso in atto pubblico.

Misura decisa per il sussistente pericolo di reiterazione di reati della stessa specie in virtù dei suoi incarichi pubblici: consigliere di minoranza a Piedimonte, direttore del Dipartimento Emergenza e Accettazione della Asl, responsabile del Pronto Soccorso dell'ospedale "Santa Scolastica" di Cassino. Proprio per la carica di consigliere «il pericolo di recidiva assume particolare concretezza e attualità», spiega il giudice.

Oggi Urbano - accompagnato dal suo avvocato Gianrico Ranaldi - sarà proprio davanti al magistrato. A rispondere alle domande e a fornire la propria versione dell'accaduto.
Su Piedimonte, intanto, è calato il silenzio. Clima affranto e poca voglia di parlare. Piuttosto un'attesa degli esiti della giustizia. Commenti solo social, molti esagerati che, fortunatamente, incontrano il buon senso di chi li cancella o di chi risponde per le rime affidandosi completamente alla magistratura e a quelle indagini che continuano.