Meglio il Nord Europa che l'Italia. È ciò che spinge i richiedenti asilo a evitare di essere identificati in Italia per poter giocare le proprie carte in un altro Stato. La Convenzione di Dublino, sottoscritta dagli stati membri dell'Ue il 15 giugno 1990, ed entrata in vigore il 1 settembre 1990 prevede che l'asilo possa essere richiesto in un solo Paese e che l'aspirante non possa scegliersi il Paese. In tal modo si è voluto mettere fine al cosiddetto "asylum shopping". Tuttavia, il fatto che le norme non siano sempre attuate pienamente, porta con sé che la procedura per ottenere l'asilo possa avere più successo in uno Stato anziché in un altro e che ci siano Nazioni più desiderate di altre. Ecco allora, che alcuni migranti provano a sottrarsi alla registrazione e al rilevamento delle impronte digitali per proseguire verso lo Stato in cui vogliono stabilirsi e ottenere asilo. In termine tecnico vengono definiti "movimenti secondari".

Peraltro il sistema così come pensato penalizza soprattutto i Paesi di primo arrivo dei migranti (Grecia e Italia su tutti e anche Spagna). Sono loro a essere maggiormente sotto pressione il che crea degli squilibri nella ripartizione dei richiedenti asilo. Attualmente a decidere sulle domande sono le commissioni territoriali che possono riconoscere (o negare) lo status di rifugiato. In seconda battuta, laddove non è possibile riconoscere lo status di rifugiato, a certe condizioni, si concedono altre forme di protezione qualila sussidiaria e la umanitaria. Il rigetto della domanda può essere impugnato davanti al tribunale.

Nessuna traccia. Sono spariti nel nulla. E nessuno li cerca. Erano stati accolti in una delle diocesi, quella di Frosinone-Veroli-Ferentino, che si era resa disponibile a offrire loro una sistemazione. Di loro come del resto del gruppo non si hanno più notizie da mercoledì. Hanno preferito andare via. Forse per raggiungere i familiari altrove. Probabilmente per realizzare il loro sogno di andare in Olanda, in Norvegia, in Germania. Se, e come ci arriveranno, i quattro migranti trasferiti dalla nave "Diciotti" prima a Rocca di Papa e poi nella diocesi di Frosinone, forse non si saprà mai. L'unica certezza è che dal loro appartamento di Veroli, dove erano stati collocati il 31 agosto scorso, dalla Caritas di Frosinone, sono andati via. Non sono tornati l'altra sera, dopo essere usciti al mattino per raggiungere Roma. Giona, Quisanet, Hagos ed Eden, due giovani coppie di sposi, tutti e quattro eritrei, si sono dileguati. Fanno parte del gruppo dei quaranta migranti che si sono allontanati dalle rispettive sedi di accoglienza. Forse alla ricerca di un altro Stato al quale presentare la domanda per il riconoscimento dello status di rifugiato. Perché in Italia, soprattutto gli eritrei, vogliono arrivare, ma per poi andare in altri Paesi.

A dare notizia, mercoledì pomeriggio, dell'allontanamento di alcuni dei 144 migranti della "Diciotti", è stato direttamente il Viminale, con i sottosegretari agli Interni Stefano Candiani e Nicola Molteni, i quali da subito hanno sottolineato che per la legge, queste persone hanno libertà di movimento e quindi non sono sottoposte alla sorveglianza dello Stato. I quattro giovani, tra i 20 e 25 anni, che erano stati accolti a Veroli, dalla Caritas, sono arrivati in Italia dopo anni in cui hanno temuto in più occasioni di non farcela. Hanno pensato di morire. Vittime di estorsioni, torture, compravendita di esseri umani, testimoni di stupri, bambini nati morti in un carcere sotterraneo dove loro stessi sono stati rinchiusi senza luce, con un piatto di cibo da dividere. Anni terribili fino a quando sono riusciti ad arrivare in Italia. Ma, sicuramente, come per la maggior parte degli eritrei, il loro obiettivo era quello di raggiungere il Nord Europa. E dunque di non restare in Italia. Il direttore della Caritas diocesana Marco Toti, ha sottolineato il dato che è emerso soprattutto negli ultimi anni.

«Dopo le verifiche e appurato che i quattro giovani eritrei ospitati non hanno fatto ritorno, abbiamo contattato la questura di Frosinone. Non sappiamo dove siano andati, ma il dato che emerge è che tanti eritrei negli ultimi anni hanno seguito questa prassi. Non vogliono rimanere in Italia, ma andare nel Nord Europa; addirittura alcuni si sottraggono al fotosegnalamento per evitare di essere incardinati nella richiesta di asilo in Italia. Si conferma, dunque, questa idea che loro in Italia ci arrivano, ma non perché vogliono rimanere. Noi li abbiamo accolti e abbiamo subito iniziato a spiegare il contesto legale e sociale in cui sono arrivati grazie ad una mediatrice culturale eritrea che parla il tigrino. I ragazzi, raccontando la storia dei due anni di viaggio con violenze subite di ogni tipo, hanno anche parlato di parenti (fratelli, zii, cugini) che hanno in Germania, Olanda e Norvegia. È possibile che vogliano raggiungerli con l'aiuto della folta comunità eritrea che vive a Roma, in Italia e in Europa, non avendo nessuno legami personali in Italia. Ma sono soltanto supposizioni - conclude il direttore della Caritas Marco Toti - non abbiamo idea di dove siano andati». E come detto non li sta cercando nessuno. Perché loro, comunque, fino ad oggi, in Italia, non erano soggetti a nessuna restrizione dei movimenti e dei contatti. Liberi quindi di andare via. E sicuramente il desiderio di raggiungere il Nord Europa lo avevano già da prima di toccare, finalmente, terra in Italia.

di: Nicoletta Fini