Non solo la procura di Frosinone, ma anche la Corte dei Conti indaga sul crollo del viadotto Biondi. Era il 13 marzo del 2013 quando l'ultimo tratto del collegamento stradale, nei pressi di piazza San Tommaso d'Aquino, ebbe un cedimento. Ne seguirono degli altri con conseguente chiusura della strada, considerato che quasi l'intera carreggiata a salire era crollata. I disagi furono ingenti. E non solo per la chiusura di un'importante strada di collegamento tra la parte alta e quella bassa del capoluogo.

La frana ha interessato anche il letto del sottostante fiume Cosa con una pericolosa occlusione che necessitò di specifici interventi. Per un periodo il fiume venne "inscatolato" con dei blocchi di cemento (poi spazzati via da una piena) per impedire che eventuali ulteriori smottamenti potessero provocare un'esondazione. Quindi, una volta bonificate le sponde da parte della Regione, si è reso necesario intervenire per la bonifica del sito e per la realizzazione, in questo caso a opera del Comune, del ponte Bailey che ha fatto sì che via Biondi divenisse di nuovo percorribile.

Ora la Corte dei Conti indaga per verificare se il crollo poteva essere evitato. E dunque se in passato, a partire dalla fine degli anni Duemila, si sia fatto il possibile per scongiurare l'evento, e in particolare che non siano state sottovalutate eventuali avvisaglie di un possibile crollo. La Corte indaga tenuto conto delle spese che gli enti pubblici hanno dovuto sostenere in termini di bonifica e riqualificazione del sito. Diverse le persone che dalla Corte dei Conti sono state sentite per ricostruire gli eventi che, a vario titolo, si sono occupate o hanno avuto a che fare con l'infrastruttura. Tra i dirigenti comunali sentiti nei mesi scorsi, anche l'architetto Elio Noce.

A fine novembre, intanto, scade la proroga concessa dal gup del tribunale di Frosinone per far luce sulle responsabilità penali connesse al cedimento dell'ultima parte del ponte. Bisognerà indagare in tre direzioni. Per prima cosa è stata affidata una consulenza tecnica a un geologo. Il secondo passo è verificare le singole competenze dei dirigenti comunali, in base alla pianta organica, per accertare chi e, con quali mansioni, si è occupato del caso. La terza attività richiesta dal giudice è di verificare l'impatto sulla frana dei lavori di costruzione dell'ascensore inclinato. Ciò in considerazione del fatto che finora gli accertamenti sono stati condotti esclusivamente nell'area a ridosso della frana.

Lo scorso ottobre il giudice aveva disposto un'integrazione probatoria e, per meglio chiarire la questione, era stato sentito come teste il geologo del Comune Marco Spaziani. L'ex dirigente Francesco Acanfora, al momento unico indagato, e rappresentato dall'avvocato Calogero Nobile, aveva evidenziato che il sito era in frana e non era monitorato.

L'accusa contesta all'architetto Acanfora, «per colpa consistita in negligenza» l'aver cagionato, o comunque non impedito, «la frana a scorrimento che il 13 marzo 2013 interessò il versante della collina di piazzale Vittorio Veneto». Il professionista deve difendersi dall'accusa di compromissione delle caratteristiche di sicurezza del viadotto e «di aver messo in pericolo la vita e l'incolumità delle persone».

Per gli inquirenti, Acanfora, pur sapendo che «il viadotto, eretto in zona C, ovvero in un'area di ampliamento dei fenomeni franosi cartografati nel piano di assetto idrogeologico dell'autorità di bacino, e pur essendo stati evidenziati, a seguito dei sopralluoghi dai tecnici comunali il 3 novembre 2008, il 9 e il 17 marzo 2011, il degrado geomorfologico dell'area e la condizione di instabilità del pendio posto tra il viadotto Biondi e piazza San Tommaso d'Aquino, ometteva di adottare le misure di protezione e prevenzione atte ad evitare il crollo». Contestata, infine, l'omissione delle opere di ingegneria naturalistica e civile di consolidamento e risanamento.