Aveva trascorso in carcere ventuno mesi. Dal gennaio 2014 al settembre dell'anno successivo quando era stato assolto e, conseguentemente, rimesso in libertà. Ora lo Stato italiano dovrà risarcirlo di 150.000 euro per ingiusta detenzione.
Il protagonista, suo malgrado, di questa storia si chiama Arjan Llanaj, cittadino albanese, di 46 anni. Difeso dagli avvocati Calogero Nobile e Antonino Nobile, dopo aver ottenuto l'assoluzione dal tribunale di Frosinone, nonostante una richiesta del pubblico ministero di condanna a otto anni di carcere e 120.000 euro di multa, ha intrapreso una nuova battaglia davanti alla Corte d'appello di Roma. Quella per farsi riconoscere i danni subiti dall'aver trascorso ingiustamente un periodo non certo piccolo della propria esistenza dietro le sbarre.
Ora, infatti, è tornato in Albania dove ha ripreso a fare l'autotrasportatore.

La disavventura di Llanaj era cominciata quando era stato fermato alla guida di un autotreno che trasportava un blocco di marmo altro 2,85 metri e profondo 2,10.
All'interno del masso, ma solo dopo l'intervento dei vigili del fuoco che avevano dovuto utilizzare una gru e il relativo sezionamento, erano saltati fuori 670 chilogrammi di marijuana.
L'uomo aveva sempre affermato di esser stato ingaggiato come autista e di non conoscere chi l'aveva ingaggiato. Aveva spiegato di aver seguito le istruzioni, per cui quel carico, formalmente destinato a Genova, era stato "dirottato" un primo momento su Roma. Quindi, con una telefonata, gli avevano chiesto di scaricare a Ferentino. E proprio in Ciociaria il carico era stato intercettato dalla polizia. C'erano stati cinque arresti e quindi la successiva condanna di tutti gli altri. Tutti tranne Llanaj che si era sempre dichiarato estraneo e, comunque, inconsapevole dell'illiceità della merce trasportata.
Nel corso del processo la difesa aveva fatto leva sulle sole tre telefonate che erano intercorse con l'autista che, peraltro, era stata solo la terza scelta della banda, in quanto i primi due inizialmente designati avevano rinunciato. In più, proprio a rimarcare la distanza tra gli organizzatori del traffico e l'autista, c'erano una serie di epiteti volgari, intercettati nelle indagini, con cui gli altri arrestati, poi condannati, si rivolgevano nei confronti dell'autista. E ancora, parlando di lui, lo avevano indicato come "quello dell'altra volta" e non come il "nostro amico". Altro indice, secondo la difesa, dell'estraneità di Llanaj all'attività criminale.