L'ultima volta, a Frosinone, c'erano tutti. I familiari di Emanuele Morganti, supportati dagli amici che avevano affisso anche degli striscioni davanti all'ingresso del palazzo di giustizia. Un modo per non dimenticare il ragazzo di Tecchiena, ma anche un modo per chiedere giustizia. E comunque per non abbassare quel clamore che ha caratterizzato questo caso sin dall'inizio. Ma a pochi metri gli uni dagli altri, al primo piano del tribunale dove si era tenuta l'udienza preliminare, c'erano anche i familiari degli arrestati. Anche loro avevano voluto essere presenti per uno sguardo, un saluto ai loro cari. Il tutto in una situazione di profonda tensione: quel saluto, quello sguardo i genitori e la sorella ad Emanuele non potranno più rivolgerlo. A presidiare il tribunale c'era un drappello rinforzato di carabinieri per evitare qualsiasi incidente. Ma tutto filò liscio senza nessun tipo di problema. E la stessa scena si ripeterà ancora oggi e nelle settimane e nei mesi a seguire quando si celebrerà il processo. Tanto più se si considera che dopo l'udienza preliminare, che si tiene in camera di consiglio, il processo si terrà davanti alla Corte d'assise di Frosinone.Questa sembra la destinazione finale.

Nessuno dei quattro imputati, almeno finora, ha manifestato l'intenzione di chiedere un rito alternativo, magari contando sul fatto di poter ottenere uno sconto di pena. I legali più volte, infatti, hanno ribadito che si tratta di un processo da Corte d'assise. Dove verranno portate le prove frutto degli accertamenti tecnici disposti dalla procura di Frosinone, i risultati dell'esame autoptico e le testimonianze di chi quella terribile notte era presente ad Alatri all'interno del locale o all'esterno in piazza Regina Margherita. Ancora nell'ombra resta il movente che ha portato alla selvaggia aggressione di Emanuele. Una violenza senza un perché frutto, allora, come ha scritto la procura di Frosinone di «un'esaltazione collettiva» e condizionata dall'«effetto di sostanze alcoliche e stupefacenti».Una violenza che è continuata in tre momenti diversi con un crescendo che non ha dato tregua al ragazzo di Tecchiena, inseguito e colpito, perfino quando ormai era stramazzato al suolo senza più conoscenza.

Andrà accertato poi chi ha sferrato il colpo finale, quello che ha portato Emanuele a sbattere violentemente il capo contro il montante della Skoda parcheggiata in piazza Regina Margherita. Tuttavia, nell'autopsia il medico legale aveva lasciato aperta la possibilità che la vittima fosse stata colpita anche con un corpo contundente. Forse un manganello telescopico, di cui qualcuno ha parlato nella dichiarazioni testimoniali, ma che non è mai stato trovato durante l'attività investigativa. Un'attività condotta dai carabinieri senza tregua con l'ascolto di centinaia di deposizioni fino a trovare quei tre-quattro testi chiave che hanno consentito di aver un quadro più definito, nonostante alcune testimonianze apparseconfuse senontotalmente contrastanti rispetto ai dati di fatto acquisiti.

Quattro mesi dopo si ritorna dove eravamo. Centotrentatré giorni dopo aver sollevato, la difesa dei quattro imputati, con la rimessione, l'istanza di spostamento del processo in un altro tribunale per legittimo sospetto, il caso dell'omicidio di Emanuele Morganti torna sul tavolo del gup del tribunale di Frosinone. Accusati del delitto del ventenne di Tecchiena sono in quattro e tutti, allo stato, detenuti per questa causa. Franco Castagnacci, 50, di suo figlio Mario, 27, di Paolo Palmisani, 24, tutti di Alatri, e di Michel Fortuna, 25, frusinate.

Il 16 febbraio scorso, dunque, quando ha preso il via l'udienza preliminare, le difese dei quattro avevano deciso di giocare una carta ad effetto, sollevare cioè il sospetto che a Frosinone, per la particolare esposizione mediatica, le condizioni ambientali non sono ideali a garantire la necessaria serenità per un processo d'omicidio. In pratica gli avvocati del pool di difesa (Giosuè Naso, Christian Alviani, Massimiliano Carbone, Angelo Bucci e Marilena Colagiacomo) paventavano il rischio di un possibile condizionamento dei giudici popolari e dei testimoni chiamati a deporre una volta che il processo partirà.
Il gup Antonello Bracaglia Morante ne aveva preso atto e aveva rinviato la questione alla Corte di Cassazione.

Il 19 aprile la settima sezione della Suprema corte, un po' a sorpresa, non aveva dichiarato inammissibile (per manifesta infondatezza) la richiesta, come sollecitato dal procuratore generale, e aveva rimesso le carte alla prima sezione per un esame più approfondito. Il responso, però, era solo rimandato: l'11 giugno la prima sezione della Cassazione, dopo aver discusso il ricorso, lo rigettava. Per i magistrati non ci sono le condizioni previste dal codice di procedura penale per il trasferimento del processo. Nel giro di qualche giorno era arrivata anche la fissazione della nuova udienza preliminare, davanti al gup del tribunale di Frosinone, appunto per la giornata odierna.

Dopo il lungo lavoro investigativo, coordinato dal procuratore Giuseppe De Falco e dai sostituti Adolfo Coletta e Vittorio Misiti, e condotto dai carabinieri, con l'ausilio anche del Ris, si è arrivati alla separazione delle strade dei due gruppi di indagati, da una parte gli arrestati, dall'altra i buttafuori, per i quali le indagini sono ancora a perte. Il 26 marzo dello scorso anno finiva la vita di Emanuele, massacrato di botte, il venerdì precedente, davanti al Miro music club di Alatri. Dopo esser stato trascinato fuori dal locale dalla sicurezza interna venne massacrato di botte a calci e pugni, in un clima, come poi ha scritto la procura nell'avviso di conclusione delle indagini preliminari, di «esaltazione collettiva con intenti emulativi dei comportamenti altrui».

Ai quattro arrestati, ovvero ai due Castagnacci, a Palmisani e Fortuna è contestato l'aver aggredito Emanuele «sotto l'effetto di sostanze alcoliche e stupefacenti, per futili motivi verosimilmente connessi ad un banale litigio inizialmente avvenuto all'interno del locale Miro Music club». Tre gli episodi e altrettante le zone interessate dal pestaggio del ventenne «in un lasso temporale ristretto, con una escalation di violenza e ferocia». Durante l'aggressione a Emanuele agli amici «era impedito» di prestargli aiuto, come poi la procura ha fatto notare al momento dell'arresto di Franco Castagnacci, l'ultimo del gruppo a finire in manette.

In pratica «la vittima veniva inseguita mentre cercava di scappare e colpita con schiaffi e pugni alla testa e al corpo, che ne compromettevano, progressivamente e grandemente, la resistenza fisica e la capacità di reazione, e, da ultimo, con un pugno che attingeva la medesima parte offesa nella zona mediana della nuca, mandandola ad urtare con la zona fronto parietale contro il montante inferiore di una macchina parcheggiata» in piazza Regina Margherita, «cagionando lesioni personali gravissime dalle quali derivava la morte». Poi avvenuta a Roma dove il ragazzo, dopo esser stato soccorso e trasportato in un primo tempo a Frosinone, veniva ricoverato. La famiglia Morganti, intanto, si è costituita parte civile affidando il mandato all'avvocato Enrico Pavia.

di: Raffaele Calcabrina