Era stato picchiato e gettato giù dal terzo piano da due suoi connazionali. E ieri in aula davanti al tribunale di Frosinone ha spiegato il perché.
Ad aprile del 2017 un nigeriano aveva denunciato l'aggressione subita che, solo per un fortunato caso (l'uomo era riuscito ad aggrapparsi alla grondaia) aveva riportato solo la frattura dei calcagni.

Nel corso dell'udienza di ieri, seppur a fatica, la vittima, costituita parte civile attraverso l'avvocato Cristiano Papetti, ha ripercorso quanto accaduto. Si è infatti riproposto, come nelle scorse udienze, il problema dell'interprete (una precedente udienza era addirittura saltata perché quello nominato dal tribunale non si era presentato).
L'uomo, infatti, parla il nigerian pidgin, una lingua creola con inglese infarcito da dialetti locali,ragion per cui, a uncerto punto, il tribunale (presidente Farinella, a latere Valchera e Palladini) ha deciso di affiancare all'interprete di lingua inglese un conoscente della parte offesa, anch'egli nigeriano, che parla il pidgin. Scelta condivisa dal pubblico ministero Giuseppe De Falco che aveva evidenziato le difficoltà di comprensione della parte offesa. Diverse le contestazioni effettuate dal difensore dei due imputati di 31 e 42 anni, entrambi detenuti, l'avvocato Carcaterra che ha evidenziato le versioni discordanti fornite dalla vittima in occasione dell'interrogatorio davanti ai carabinieri e dell'esame fatto dal pubblico ministero.

L'aggredito ha raccontato che i due, conosciuti sul treno gli avevano fatto la proposta di entrare in un'organizzazione criminale come la mafia. L'uomo ha riferito di aver rifiutato e che per questo suo diniego era stato minacciato di morte perché gli avevano rivelato alcuni particolari dell'associazione.
Nel corso della sua testimonianza ha detto che i due gli avrebbero chiesto 1.600 euro(da qui anche l'accusa di estorsione oltre a quella di tentato omicidio), anche se, come evidenziato dalla difesa, le altre volte aveva parlato di 1.000 e 1.400 euro Ha parlato poi di minacce telefoniche e anche personali finché un giorno i due avrebbero bussato alla porta di case e lo avrebbero aggredito a spinte e pugni fino a farlo cadere dal terzo piano della palazzina di Sgurgola dove vive.
Qualche dubbio, sollevato dalla difesa, anche sui tempi in cui si sarebbero stati i contatti e le minacce tra le parti.
Uno dei due imputati è stato definito dalla vittima messaggero del capo.

Nel corso dell'udienza sono stati sentiti i carabinieri di Anagni che hanno svolto le indagini e un vicino di casa che, il giorno dell'aggressione, aveva incontrato sulle scale due persone di colore. A fine udienza (il processo è stato aggiornato a settembre) la difesa ha presentato un'istanza di scarcerazione sulla quale il tribunale si è riservato.