In tempi di fienagione riesplode in città l'allarme per le roto-balle prodotte a ridosso dell'inquinato fiume Sacco. A fronte delle preoccupazioni della popolazione, visto l'uso del fieno per la nutrizione dei capi di bestiame, in tali zone agricole ripariali il divieto di coltivazione di specie vegetali per l'alimentazione umana e animale è "congelato" da quasi sette anni e mezzo.

Con la disposizione n. 226 del 19 novembre 2010, infatti, l'allora governatrice del Lazio Renata Polverini, nella veste di commissaria delegata al superamento dell'emergenza ambientale nella Valle del Sacco, estese solo parte delle misure restrittive già previste per i terreni esondabili dell'Area A (Colleferro, Segni, Anagni, Gavignano, Paliano, Ferentino, Sgurgola, Morolo e Supino) a quelli dell'Area B (Frosinone, Patrica, Ceccano, Castro dei Volsci, Pofi, Ceprano e Falvaterra). Furono interdetti pascolo e movimentazione di terra come nell'Area A, ma non le attività agricole in attesa di un'eventuale «revisione - recita la direttiva - in coerenza con gli esiti delle attività di monitoraggio sull'effettivo stato di contaminazione ambientale». In tal senso la Regione Lazio, che dal 2012 ha assunto le responsabilità dell'ex ufficio commissariale, ha lanciato vari extrapiani per monitorare la presenza del famigerato esacloricloesano nella "Valle dei veleni". Dai dati più recenti, relativi al periodo 2014-2016 e sfornati dall'Istituto zooprofilattico, si evince che il B-hch, pur entro i limiti di conformità, è stato trovato nel corso di cinque controlli su foraggi e fieni. Controllando centinaia di campioni di latte bovino-bufalino, poi, si sono registrati sei casi fuorilegge proprio in un'azienda di Ceccano. L'Iz ha suggerito così di mantenere, specie nell'Area B, un'efficace e commisurata gestione - recita il rapporto - del rischio di contaminazione e dell'esposizione» ritenendo che «il monitoraggio basato sul rischio delle aziende eventualmente non controllate nel triennio debba essere oggetto di specifica programmazione nel prossimo extrapiano».

Va detto che è dal 2 agosto 2017 che il "Coordinamento interprovinciale ambiente e salute - Valle del Sacco e Bassa Valle del Liri" ha richiesto invano a Ministero dell'ambiente e Regione di «intervenire - recita la missiva - seguendo un principio precauzionale fino alle successive caratterizzazioni e di interdire alla coltivazione anche le aree relative alla disposizione n. 226 oltre a verificare la presenza di cartelli segnaletici».

L'intervento di Savoni
Il delegato all'ambiente Alessandro Savoni, chiamato in causa, si scaglia contro «la Regione Lazio - dichiara - che non ha rettificato la disposizione n. 226, ma ritardo accumulato e disinteresse hanno prodotto una situazione che non è assolutamente addebitabile all'amministrazione comunale, contro cui qualcuno continua a puntare ingiustamente il dito». Savoni fa sapere che «il Corpo forestale ha già proceduto in passato al sequestro delle balle di fieno ma se le è viste poi dissequestrare dall'autorità giudiziaria in quanto il tutto non è normativamente regolato. Noi ci muoviamo nel rispetto delle leggi e degli organi preposti, con cui ci relazioniamo in base a competenze e priorità e senza scavalcare nessuno, e adottiamo provvedimenti attenendoci alle norme in essere, perché questa amministrazione sta affrontando le problematiche ambientali in modo costruttivo sin dal suo insediamento, ma se la normativa pone limiti oggettivi - obietta, infine - il nostro campo di azione non può che diventare limitato e sterile».