Sabina De Rosa coniugata in Di Silvio, nata a Roma ma residente in via Muzio Scevola è la moglie del capo, Armando Lallà, e tutti sanno che lei è la più affidabile spacciatrice di cocaina di tutta Latina. Disponibile 24 ore su 24 ad aprire la porta ai clienti e nel frattempo prepara da mangiare per tutti, fa la spesa, chiacchiera con le amiche, provvede agli affari di famiglia, custodisce gli assegni e sa dove sono nascoste le armi. Senza di lei Armando Di Silvio non sarebbe diventato l'uomo potente che ieri mattina ha aperto alla polizia alle 5.30 del mattino ed è venuto formalmente a conoscenza del suo essere un boss. Lui davanti agli agenti mandati dalla Dda di Roma ad arrestarlo non ha fatto una piega.

La ribelle
Ma lei, Sabina, ha messo in piedi una scenata da pazzi, anzi da vera zingara e ha urlato, si è strappata i capelli, ha maledetto il mondo intero e gli infami che hanno cantato con i poliziotti. Nel vertice supremo composto da sette membri del clan Di Silvio era stata ammessa una sola donna: Sabina, 50 anni, capelli nero corvino, altera, veloce, pragmatica, alleva anche animali nei terreni accanto al Campo Boario ed è diventata famosa in un celeberrimo video di «Welcome to favelas» che la ritrae mentre insegue un porcellino in via Scevola. Però non c'è solo folclore nella vita di questa donna: quando tutti i maschi della famiglia sono stati arrestati, ossia il marito Armando e i figli Ferdinando detto Pupetto e Samuele, Sabina non solo ha tenuto in piedi l'attività di spaccio di cocaina e non ha perso un cliente, ma ha mantenuto tutti i maschi di casa pagando le spese legali e quelle per l'approvvigionamento di beni e vivere e lo ha fatto andando a trovarli nei vari istituti di pena sparsi per il centro Italia. Per questa ragione quando sono usciti, nel 2016, lei ha preteso e ottenuto dal marito di partecipare a tutte le riunioni importanti nelle quali si discuteva di estorsioni e partite di droga ma anche di reinvestimenti e si è imposta anche sui figli che non vedevano di buon occhio il potere di una donna nella gestione patriarcale del clan.

La descrizione
Ecco cosa dice di lei il collaboratore Renato Pugliese: «Ha spacciato sempre cocaina, frequento la sua casa dal 2002 e spesso mi fermavo a mangiare a pranzo e a cena.. quando tutta la famiglia è andata in carcere è rimasta sola, quando poi sono usciti Armando, Pupetto e Samuele ha messo bocca in tutte le questioni e partecipa a tutti i discorsi... Ferdinando me lo ha fatto presente e si è arrabbiato perché la mamma metteva bocca a tutto e lui non era d'accordo ma poi si è convinto perché durante il periodo della detenzione era lei che si occupava di ogni cosa». Nessuna come lei, nessuna delle altre donne ha avuto un peso decisionale così importante.

Le altre
Certo ci sono anche le donne dei figli: Francesca De Rosa, detta Gioia compagna di Gianluca Di Silvio, Angela Di Silvio, compagna di Samuele Di Silvio e Giulia Di Silvio, compagna di Pupetto-Ferdinando. Le tre nuore di Sabina insieme alla figlia di lei, ossia Sara Genoeffa Di Silvio avevano il compito di vendere la cocaina al dettaglio dopo averla confezionata per questo sono ritenute le esponenti del secondo gradino nella piramide del clan, mentre al terzo gradi c'è un'altra delle arrestate, Valentina Travali anche lei inserita nella rete dello spaccio di droga insieme al compagno Jandoubi Mohamed.

È scattata nel cuore della notte di ieri, a Latina, l'operazione della Polizia che ha portato all'esecuzione di 25 ordinanze di custodia cautelare firmate dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, Antonella Minunni. Sono stati impiegati 250 poliziotti di vari reparti, compresi quelli antisommossa, per smantellare l'associazione per delinquere di stampo mafioso che, rivelano le indagini della Squadra Mobile di Latina, ruotava attorno a una delle famiglie più spietate del clan Di Silvio, quella che vede Armando detto Lallà al vertice di una struttura piramidale con geometria variabile, come l'hanno definita gli inquirenti della Direzione Distrettuale Antimafia della capitale.

I poliziotti del vice questore Carmine Mosca non si sono limitati a portare in carcere gli indagati, ventuno in tutto quelli finiti dietro le sbarre, altri quattro ai domiciliari, ma hanno letteralmente messo sotto assedio Campo Boario, il quartiere generale della "cupola". Le indagini condotte dalla Quarta sezione con il supporto di Squadra Mobile di Roma e Servizio Centrale Operativo, hanno permesso infatti di accertare che Armando Di Silvio, con moglie e figli, gestiva una fiorente attività di spaccio e aveva accumulato nel tempo una serie di ricchezze.
Quindi gli investigatori coordinati dal commissario Elio Beneduce e dall'ispettore Mirko Snidaro avevano l'imperativo di fare irruzione nelle abitazioni nel minor tempo possibile, per non lasciare il tempo agli indagati di aggirare i controlli. Con l'impiego anche di veri e propri ariete, i poliziotti hanno sfondato le porte delle abitazioni considerate vere e proprie roccaforti.
Utilizzando moderni metal detector e unità cinofile, sono state ispezionate le pareti in cerca di eventuali nascondigli segreti.

Durante la perquisizione in casa di Armando Lallà, all'angolo tra via Coriolano e via Muzio Scevola, sono stati trovati numerosi gioielli, finiti sotto sequestro insieme a una Fiat 500 bianca, beni di cui il boss non poteva proprio giustificare il possesso. Un tesoro ancora più ricco è saltato fuori invece dalla casa che il figlio, Gianluca Di Silvio, condivide con la compagna Francesca De Rosa. In una cassaforte nascondeva cinquemila euro e molti gioielli. Anche la sua automobile è finita sotto sequestro, una Bmw Serie1 che come il padre non si sarebbe potuto permettere, se non con gli affari illeciti del clan da loro capeggiato.

Di droga, gli investigatori, non ne hanno trovata, neppure nelle stalle dei cavalli, tradizione irrinunciabile per i rom di Campo Boario. Probabilmente perché, dopo i sequestri delle dosi ai clienti, il clan aveva cambiato abitudini e nascondigli, ma soprattutto si aspettava, col pentimento di Renato Pugliese, che gli investigatori prima o poi avrebbero presentato il conto.
Armando e soci non si aspettavano un reazione tanto immediata, non potevano sapere che le indagini erano iniziate ben prima che il figlio di Cha Cha entrasse nel programma di protezione.