Erano consapevoli che le forze dell'ordine gli stessero addosso e che potessero arrivare all'improvviso, da un momento all'altro. «Lascia uno sul balcone, dagli 20 euro, perché se ti arrivano, questi arrivano all'improvviso... Hanno pure quella cosa che sfonda la porta. Non si deve stare tutti chiusi in casa con le persiane chiuse. Se venisse uno tu vedrai quando arriveranno».

È quanto emerso durante le indagini che hanno portato la squadra mobile, l'altro ieri, ad eseguire 12 delle 13 ordinanze di custodia cautelare in carcere, firmate dal gip Elvira Tamburelli. Nel mirino è finito un gruppo, capitanato da un albanese e composto soprattutto da stranieri (anche romeni). Tre italiane erano invece addette alle funzioni di spaccio nelle ore diurne e alla contabilità. Ed erano insensibili agli arresti. Invece di mostrare qualche ripensamento erano spinti ancor di più a fare affari. «Da un giorno all'altro ci arriverà... Cerchiamo di fare qualche soldo almeno».

Gli interrogatori
Arrestati Andrea Kercanaj, albanese, ritenuto il capo dell'organizzazione, David Marian Surdu, Renald Memajdini, Orgest Mansi e Harli Brahimi, le sorelle Roberta e Simona Paniccia. Il gip ha disposto la custodia in carcere per chi è ritenuto essere un corriere ovvero i fratelli Enri e Alion (quest'ultimo attualmente in Germania) Goxhaj e Daniel e Iona Alina Vacaru.
Stessa misura adottata per quanti sono accusati di essere i fornitori romani dell'associazione, Fatmir e Rolan Nurce, padre e figlio, gli unici residenti fuori provincia. Interrogatorio di garanzia oggi nel carcere di Regina Coeli per le tre donne, Ioana Alina Vacaru, Roberta Paniccia e Simona Paniccia, e dei due albanesi di Roma, Fatmir Nurce e Roland Nurce che, secondo le accuse, si occupavano dell'acquisto della sostanza stupefacente e del mantenimento dei rapporti tra l'associazione e i fornitori/trafficanti, non identificati, e residenti nella capitale. Domani, invece, per rogatoria, si terrà quello di tutti gli altri arrestati di Frosinone. Gli indagati sono difesi dagli avvocati Giampiero Vellucci, Riccardo Masecchia e Tony Ceccarelli.

Quello che come definito denell'ordinanza «era un gruppo criminale di tipo piramidale dedito alle operazione illegali di acquisto e successiva cessione di stupefacenti», aveva creato un vero e proprio spaccio self service. Bastava raggiungere via Bellini e chiedere alle vedette. Creata una mattonella che si spostava all'interno della quale c'era un cassetto dove era messo lo stupefacente che andava ritirato.
Un modo anche per far sì che l'acquirente non vedesse in faccia chi c'era dall'altra parte. A volte la droga era nascosta nella pattumiera. Pattumiera dove venivano nascoste dosi di cocaina e hashish confezionate e pronte per essere immesse sul mercato e che era posizionata all'ingresso dell'immobile di via Bellini, dove Kercanaj occupava il primo alloggio posto nel piano rialzato. Tra l'altro durante le festività natalizie del 2015 veniva assunto altro personale per fronteggiare la domanda di droga. In questo contesto David Marian Surdu, entra in gioco con le specifiche mansioni, secondo l'accusa di spacciatore e vedetta. E Kercanaj durante un colloquio ne aveva elogiato anche le capacità. Oggi, dunque, l'interrogatorio per le tre donne e i due albanesi residenti nella capitale. Domani toccherà agli altri indagati.

Piazza di spaccio al Casermone smantellata. A Corso Francia pure. Stessa sorte anche per quella di viale Parigi. Idem per via Mola Vecchia, viale Mazzini, via Marittima e Corso Lazio. E lunedì nella rete degli investigatori ne è caduta un'altra, quella di via Bellini, alla Stazione, con l'esecuzione di tredici ordinanze di custodia cautelare in carcere firmate dal gip Elvira Tamburelli.

Le principali piazze di spaccio che rifornivano i consumatori del capoluogo ciociaro e delle zone limitrofe, soprattutto cocaina, sono state tutte chiuse.
E quest'ultima, quella di via Bellini, che dalle stime della questura con la vendita di cocaina cotta e cruda fruttava fino a undicimila euro, ha preso piede con forza una volta scattati gli arresti per le due operazioni denominate Intoccabili e Fireworks. Gli agenti della mobile, diretti dal vice questore Carlo Bianchi lunedì mattina hanno sfondato la porta e poi hanno fatto irruzione nello stabile presidiato da vedette.
Quella piazza riforniva in media 150 persone ogni giorno. A tutte le ore. H24. A volte si spacciava anche quando c'era lo scuolabus. Con lo stesso modus operandi, o simile, delle altre: sentinelle, inferriate, telecamere e altri ostacoli per impedire e rallentare l'irruzione delle forze dell'ordine.
E se è vero, come ha affermato lunedì il questore Rosaria Amato nel corso della conferenza stampa a seguito dell'operazione denominata "Long Shadow", «che l'essere riusciti a smantellare una piazza di spaccio non significa che si è debellato lo spaccio in città», sicuramente gli spacciatori si riorganizzeranno per crearne delle altre, perché chiusa una piazza inevitabilmente i consumatori si sposteranno da un'altra parte.
E la domanda nasce spontanea. Dove? «In punti di distribuzione facilmente raggiungibili – spiega il dirigente della squadra mobile Carlo Bianchi – La vendita deve essere veloce. Il consumatore scende, parcheggia la macchina, compra e se ne va. E questo ovviamente per dare meno nell'occhio. Si tratta di una tipologia di vendita al dettaglio "sicura" sia per chi compra sia per chi vende».

Molte delle piazze di spaccio infatti nascono proprio dove è facile fermarsi, acquistare e andare via, come in via Bellini, un immobile dell'Ater, al Casermone e a Corso Francia. È la parte bassa della città infatti ad essere il punto preferito sia dagli spacciatori che dai consumatori: strade larghe, facili vie di fughe e appartamenti facilmente "modificabili". Diversa la situazione nel centro storico, dove per "conformità" e "logistica" è difficile farle nascere.
Gli appartamenti dell'Ater in molti casi sono occupati abusivamente e strutturati per essere adibiti proprio a luoghi di confezionamento, vendita e deposito dello stupefacente, "modificati" con porte blindate, inferriate e sistemi di videosorveglianza per allontanare possibili incursioni delle forze dell'ordine.
L'inchiesta, che è partita nel 2015, ha evidenziato tra l'altro come per un periodo di tempo le piazze di spaccio convivevano pacificamente tra loro.
E questo per diverse ragioni. «Tra loro – afferma il dirigente Bianchi – c'era un accordo di non belligeranza o mutua collaborazione. L'enormità della domanda e di conseguenza l'enormità dei guadagni ha fatto sì che ci fosse spazio per tutti». Una "collaborazione" confermata anche durante un inseguimento riferito al gruppo degli Intoccabili che, inseguiti dai carabinieri evitarono appositamente di passare dalle parti di via Bellini.
Ma la motivazione è anche un'altra. «Mettersi l'uno contro l'altro – ha aggiunto il vicequestore Bianchi – avrebbe attirato sicuramente le forze dell'ordine, cosa che ovviamente non potevano permettere di fare. Attirare l'attenzione per loro sarebbe stato deleterio». 

Una domanda così forte che porta ad aprire piazze di spaccio continue nonostante l'attenzione mirata delle forze dell'ordine con arresti, sequestri di quantitativi ingenti di stupefacente ma soprattutto condanne importanti. «Le condanne pesanti che sono state confermate in appello per gli Intoccabili – conclude il dirigente della squadra mobile Carlo Bianchi – dovrebbero far demordere chi si vuole organizzare». Dovrebbero, appunto.