Una scritta sul muro del palazzo "0,3 20 E". Ovvero una dose da 0,30 grammi di cocaina al costo di 20 euro. E rispetto alle altre piazze allo steso prezzo c'erano 0,10 grammi in più. Si pubblicizzava anche così l'organizzazione accusata di spacciare in via Bellini. Niente più telefonate: bastava presentarsi lì, chiedere alla vedetta di turno e si veniva indirizzati in quello che era uno spaccio self service: creata una mattonella che si spostava all'interno della quale c'era un cassetto dove era messo lo stupefacente che andava ritirato. Un modo anche per far sì che l'acquirente non vedesse in faccia chi c'era dall'altra parte. A volte la droga era nascosta nella pattumiera.

L'inchiesta, partita nel 2015, per un periodo ha evidenziato quella che il dirigente della squadra mobile Carlo Bianchi ha definito «una concorrenza pacifica con accordo di non belligeranza con il Casermone e gli Intoccabili». È chiaro, poi, che una volta scattati gli arresti per queste altre due organizzazioni, il volume degli affari in via Bellini è cresciuto («Loro sono andati per la maggiore», ammette il vice questore). I rifornimenti giornalieri erano di 150 grammi al giorno, anche se in particolari periodi dell'anno, come a Natale del 2015 e a capodanno, la domanda è schizzata alle stelle con doppio carico a Roma. La porta blindata a presidio della piazza di spaccio venne lasciata aperta un giorno così che la polizia riuscì a fare irruzione, il 17 marzo 2016, con quattro arresti (Mansi, Brahimi, Memajdini e Surdu) e il sequestro di 127 grammi di cocaina.
Fu allora che venne scoperta la scritta sul muro. Tuttavia, «ancora una volta il gruppo si compattava scrive il gip Tamburelli e rapidamente si riorganizzava per laripresa delle cessioni illecite, mostrando tutta la vitalità e la forza di un progetto delittuosodi ampiorespiro».L'andiri vieni prosegue come sempre.

Una piazza, comunque, definitiva dagli investigatori popolare: prezzi popolari per una clientela non troppo pretenziosa.
Per sfuggire ai controlli della polizia, sui indicazione di quello che viene ritenuto il capo, Kercanaj, venivano utilizzati dei cellulari dedicati, attivati nel Casertano e intestati a prestanome. Solo per un periodo, dopo altri arresti, si decise per un piccolo periodo di utilizzare un linguaggio cifrato. Gli investigatori hanno notato le file a tutte le ore del giorno e della notte.
A volte si spacciava anche quando c'era lo scuolabus, in qualche caso c'era anche un camionista, cliente abituale, che parcheggiava il tir scendeva, si riforniva e poi arriva per un viaggio. Contati fino a 150 accessi giornalieri.

Bianchi mette in guardia sulle conseguenze dello spaccio: «La cocaina era assuefazione e non tutti possono permettersi di spendere 600 euro al giorno per acquistarla. Ciò crea un circuito di crimini indotti». Con una domanda così forte, le forze dell'ordine si appellano oltre che alla società civile alle sentenzedei tribunali per associazione a delinquere. «Condanne pesanti, come quelle confermatein appelloper gliIntoccabili conclude Bianchi fanno riflettere a chi si vuole organizzare in forma strutturata».

Arrivavano a tutte le ore. Anche a bordo di un tir e durante le manovre dello scuolabus che lasciva o prendeva i bambini della vicina scuola De Mattias. In 150 ogni giorno si rifornivano nella piazza di spaccio di via Bellini. Anche ieri mattina, quando sono entrati in azione gli uomini del questore Rosaria Amato, l'attività era in corso. Dopo gli Intoccabili e Firework, ieri è caduta un'altra piazza di spaccio, quella di via Bellini numero 4, in uno stabile, con gli appartamenti Ater in gran parte occupati abusivamente. Dalle stime della questura, la vendita di cocaina (cotta e cruda) fruttava fino a 11.000 euro al giorno.

Ieri la polizia, che ha agito con il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia di Roma, ha dato esecuzione a 12 delle 13 ordinanze di custodia cautelare in carcere firmate dal gip Elvira Tamburelli. Gli agenti della squadra mobile, diretti dal vice questore Carlo Bianchi, hanno sfondato la porta e poi hanno fatto irruzione nello stabile, presidiato da vedette e da un sistema per impedire se non rallentare l'ingresso delle forze dell'ordine. Il gip di Roma, su richiesta del sostituto procuratore Adolfo Coletta, che aveva avviato le indagini e poi le ha proseguite come applicato alla Dda una volta formalizzata la contestazione di associazione a delinquere, accusa contestata a tutti, ha ordinato il carcere per Andrea Kercanaj, albanese, ritenuto il capo dell'organizzazione.

Quindi per le vedette David Marian Surdu nonché per coloro Renald Memajdini, Orgest Mansi e Harli Brahimi, sospettati anche di essere gli addetti allo spaccio notturno, tutti albanesi. Ordinanza a carico delle sorelle Roberta e Simona Paniccia, accusate di essere addette alla contabilità e allo spaccio diurno (in questo caso l'accusa era rivolta anche a Gloria Pompili, la ragazza uccisa di botte la scorsa estate). Il gip ha disposto la custodia in carcere per chi è ritenuto essere un corriere ovvero i fratelli Enri e Alion (quest'ultimo attualmente in Germania) Goxhaj, albanesi, e Daniel e Iona Alina Vacaru, romeni, aggregatisi dopo l'arresto di Enri. Stessa misura adottata per quanti sono accusati di essere i fornitori romani dell'associazione, Fatmir e Rolan Nurce, padre e figlio, gli unici residenti fuori provincia.

Il gip nell'ordinanza parla di «un gruppo criminale di tipo piramidale dedito alle operazione illegali di acquisto e successiva cessione di stupefacenti», ma non solo, è stato evidenziata «l'assoluta spregiudicatezza con cui, nel tempo, gli indagati hanno compiuto e compiono le attività delittuose, agendo senza alcun timore di denuncia» e «nonostante i ripetuti controlli, arresti e sequestri di stupefacente che hanno subito, ogni volta riciclandosi e riorganizzandosi per la realizzazione dei traffici illegali». Di fronte ai ripetuti controlli, arresti e sequestri «l'organizzazione ha dimostrato grande flessibilità, nell'adattarsi a tali eventi sfavorevoli, mai interrompendo l'attività di vendita al dettaglio, come è evidente dalle riprese delle telecamere».
Anzi, consci dei rischi, hanno intensificato l'attività per massimizzare i profitti.

Gli agenti hanno seguito i movimenti con telecamere, intercettazioni telefoniche e ambientali. Per garantirsi gli approvvigionamenti giornalieri, per ridurre al massimo i rischi giudiziari ed economici di eventuali operazioni di polizia, su suggerimenti dei fornitori romani, l'associazione aveva acquistato una vecchia Ford Fiesta, all'interno della quale, al posto dell'airbag sul lato passeggero aveva ricavato un vano apribile con un sistema a scatto per trasportare in sicurezza la droga.
Viva è stata la preoccupazione del gruppo quando, al primo viaggio, la vettura ha avuto un incidente sull'A1 a Colleferro.
I timori erano che si fosse danneggiato il meccanismo e non per i 2.500 euro di danni da sostenere. Peraltro grazie a quell'inconveniente la polizia piazzò una cimice, utile ad ascoltare i dialoghi.

Nel corso delle indagini emersi i contatti con l'organizzazione degli Intoccabili, con la quale però non c'era concorrenza, come dimostrato anche durante un inseguimento di appartenenti al secondo gruppo che, tallonati dai carabinieri, evitarono appositamente di andare verso via Bellini. Gli indagati, difesi dagli avvocati Giampiero Vellucci, Riccardo Masecchia e Tony Ceccarelli saranno interrogati nei prossimi giorni.