Lettere scritte dal carcere ai "ragazzi di piazza Labriola". Non una corrispondenza romantica ma la lettura diretta delle ipotesi degli inquirenti: l'esistenza di una "squadra" in grado di gestire i traffici di stupefacenti basandosi non soltanto su questioni di affari ma anche su legami personali, a volte fortissimi. Nelle 119 pagine della sentenza del giudice Pierazzi, depositata lunedì, non vengono soltanto ripercorsi i principali filoni investigativi della maxi inchiesta antidroga "La Storia Infinita" che rappresenta, di fatto, uno spartiacque nell'analisi e anche nella considerazione della compagine criminale locale. In quella sentenza la descrizione di legami personali tali da far accettare persino il rischio del carcere per difendere "la famiglia".

«Si tratta di un gruppo che, al di là della composizione cronologica della compagine opera in modo stabile sul territorio, attraverso una rete di soggetti dediti al commercio di droghe e facenti capo al duo Panaccione -Ferreri: i due scrive il giudice si vengono in aiuto nei momenti di crisi, riscuotono con modalità minacciose attraverso l'uso di armi i crediti dai clienti insolventi, reagiscono alle defezioni, alla concorrenza di terzi». «Ed è durante la detenzione di Elio Panaccione che il gruppo non cessa di esistere continua la dottoressa Pierazzi pur ridimensionando le proprie attività».

Un legame fortissimo
Dall'analisi delle lettere inviate da Panaccione durante la sua reclusione può intuirsi, dunque, il legame tra i membri del gruppo: continui i riferimenti nelle missive di "O Chiatt" o "Kiatt"(come preferiva firmare Panaccione) alle attività della piazza.
Così come lascia intendere una forte coesione tra i "ragazzi di piazza Labriola"lo striscione esposto proprio nel "salotto buono" dopo la concessione della libertà personale a Carlino: «Bentonato BC '04», che per i magistrati avrebbe assolto anche il compito di informare i frequentatori della piazza «che il fiduciario reggente era di nuovo al suo posto». «In quelle lettere le raccomandazioni ai sodali di darsi da fare per recuperare i soldi; di non parlare in macchina o al telefono; di difendere il loro nome "lavorando"». Oltre alle congratulazioni per coloro che sapevano gestire il "business". A chi, nel gruppo, pensa al "colpo di stato", Panaccione scrive che non può farlo «perché in piazza non c'è democrazia. È una dittatura. Eadesso il dittatore è il "Blanco"». «L'esistenza del vincolo associativo» viene ancora ribadito nella sentenza (ma non per tutti, perché le contestazioni sono differenti, ndr) dal fatto che Panaccione si «preoccupa di pagare il compenso del difensore per i consociati che vengano tratti in arresto».

La madre prova a salvarlo
Struggente, secondo la dottoressa Pierazzi, anche un'altra lettera: quella di una madre al figlio detenuto. La donna ripercorre i momenti di «maggior allontanamento del figlio, la graduale presa di coscienza dei gravi fatti in cui era coinvolto».
Il suo tentativo di aiutarlo a "uscire dal giro" ripagando i debiti: per questo vende uno scooter e il Bimbi. Nelle intense pagine della sentenza tutte le tappe che hanno portato alla creazione dell'ipotizzato cartello, in cui sono stati delineati ruoli, traffici, attività e "progetti criminali". Sullo sfondo bar del centrotaglieggiati darichieste di denaro, tangenti richieste persino ai pusher per poter "esercitare". E una faida familiare culminata nella violenza con un tentato omicidio e sparatorie anche in centro che ha dato origine alle imponenti attività investigative dei carabinieri della Compagnia di Cassino, che hanno sostanziato le 19 ordinanze di custodia cautelare in carcere e la sentenza di condanna a quasi novant'anni per i coinvolti.