Fortemente provato dalla missione in Kosovo, al punto da avere una crisi, finire al pronto soccorso, disarmare un agente di polizia e fuggire in campagna con l'arma di questi. È la storia di un frusinate, caporale di 38 anni dell'Esercito che, a Viterbo, era finito sotto processo per rapina aggravata, resistenza e minacce a pubblico ufficiale. Il fatto contestatogli è del luglio 2016.

Il militare ebbe una crisi e fu trasportato al pronto soccorso del Belcolle. Lì si avventò sull'agente di polizia in servizio all'ospedale, rapinandolo della pistola per poi fuggire non prima di averlo minacciato. L'avvocato Nicola Ottaviani, difensore del militare, ha chiesto il processo con il rito abbreviato, condizionato da una consulenza medico legale sulla capacità di intendere e volere dell'imputato. Il giudice ha esteso questo esame alla pericolosità sociale del soldato.

Secondo il perito l'assenza della capacità di intendere e volere è stata solo temporanea, una sorta di cortocircuito mentre è stata esclusa la pericolosità sociale, questa, con riferimento, all'adozione di eventuali misure di sicurezza. Il giudice alla luce di tali risultanze ha pronunciato una sentenza di assoluzione del trentottenne perché il fatto non sussiste. Ciò ha determinato la possibilità per il caporale di continuare il suo servizio, anche se con incarichi amministrativi.