«Gliel'avrebbe fatta pagare». È quanto scrive il gip del tribunale di Frosinone lo scorso dicembre nell'ordinanza che spedisce Michele Cialei dritto in carcere con l'accusa di aver ucciso Armando Capirchio e averne fatto sparire il corpo. Ora, quel tassello mancante, ovvero l'assenza di un corpo in un caso di omicidio, è stato ricostruito. Restano da verificare alcuni aspetti che, ancora ieri, non erano stati pienamente chiariti. Chi ha permesso il ritrovamento del corpo di Capirchio? E soprattutto chi ha aiutato Michele Cialei, quantomeno nel far sparire il corpo di un uomo robusto, pesante sugli ottanta chili. Oltre all'arrestato, infatti, risulta indagato, per concorso in omicidio, anche il figlio Terenzio. Stando alla ricostruzione dell'accusa, Cialei padre avrebbe manifestato il proposito di vendicarsi sull'allevatore rivale durante una cena in casa di amici. È la sera prima della scomparsa di Capirchio. Questi alleva cavalli e pecore, l'altro le mucche.
Operano in due zone confinanti tra loro. E le bestie spesso sconfinano. Il che crea frizioni se non dei veri e propri scontri. Cialei in una di queste occasioni come ricostruito dai carabinieri era stato ferito alla testa. Ma Cialei, ultimamente, accusava il pastore rivale della morte di tre sue mucche.
«L'indagato diceva che gliel'avrebbe fatta pagare e che la mattina seguente sarebbe andato a cercarlo in montagna», scrive nell'ordine di arresto il gip Antonello Bracaglia Morante. Il giorno dopo, di buon mattino ricostruiscono gli investigatori Cialei, contrariamente alle proprie abitudini, esce di casa imbracciando il fucile. C'è con lui l'amante che gli dice "ando' vai co ‘sto coso".
Lei si preoccupa e chiama il figlio di Michele. Stando alla ricostruzione della procura Michele quella mattinata chiamerà spesso la donna per dire al figlio di raggiungerlo. Michele tornerà più volte a casa, almeno due. L'ultima volta ha con sè, sotto braccio, delle buste per i mangimi delle bestie. E ieri, il corpo di Capirchio è stato trovato fatto a pezzi e nascosto proprio dentro le buste per i mangimi. Un altro particolare sul quale i carabinieri hanno puntato la loro attenzione. Ma non solo, Cialei quella mattina ha delle ferite a un dito e al naso.
Ma a collegarlo all'omicidio sono altri elementi. Nel corso delle perlustrazioni sul punto dove Capirchio probabilmente è scomparso, su un sentiero di montagna impervio, i carabinieri trovano su alcune pietre delle tracce di sangue. È il punto in cui Capirchio è stato colpito, una volta o forse due. Ci sono degli schizzi a terra, poi più avanti dei segni di trascinamento per una ventina di metri finché la vittima non stramazza al suo. Lì ci sono altre tracce. Il Ris, chiamato a Vallecorsa, confermerà che si tratta del sangue di Armando. Lo stesso sangue trovato secondo i rilievi scientifici sulla Fiat Punto di Cialei e su un guanto simile a quelli sequestrati in casa dell'arrestato. Tutti elementi, uniti alle testimonianze raccolte in paese che hanno finito con il collegare Cialei con la sparizione e con l'omicidio del pastore rivale. La prima svolta nell'inchiesta è a 50 giorni dalla sparizione quando i carabinieri danno esecuzione all'ordinanza di custodia cautelare.
Ma chi si attende un crollo dell'arrestato resta deluso. L'uomo al giudice non risponde e le sue precedenti versioni non hanno mai convinto gli investigatori del colonnello Fabio Cagnazzo,

Quel costone scosceso pieno di anfratti e piccole spelonche lo conosceva bene. Lo ha frequentato certamente in passato, quando era sposato con la sua ex moglie. Il terreno in questione, nella zona di Ambrifi, in territorio di Lenola, non lontano dal confine con Vallecorsa, appartiene infatti al padre della donna. Gli inquirenti ritengono che proprio lì Michele Cialei sia tornato il 23 ottobre scorso per occultare il cadavere di Armando Capirchio,il pastore rivale trovato ieri a pezzi, in due bustoni, all'interno di una cavità che s'insinua nella roccia per qualche metro. Un nascondiglio quasi impenetrabile che solo l'acume e l'abilità dei carabinieri e degli speleologi del soccorso alpino sono riusciti a svelare. Per cinque mesi le operazioni di ricerca del pastore scomparso nel nulla hanno mobilitato una schiera di uomini e mezzi. Una macchina davvero imponente. E anche ieri gli inquirenti si sono mossi in forze. Tanti i carabinieri mobilitati per la battuta che poi si è rivelata decisiva.
Coordinati dal comandante provinciale dell'Arma Fabio Cagnazzo, sono stati impegnati per l'intera mattinata unità specializzate nelle arrampicate alpinistiche e nelle ispezioni di insenature naturali, dirupi, precipizi e cavità carsiche. A supportarli anche il volo di un elicottero del Nucleo carabinieri di Pratica di Mare, i vigili del fuoco del Comando provinciale di Frosinone, gli speleologi del Cai frusinate coadiuvati anche da volontari del luogo che conoscono bene la zona montuosa e impervia. In questi mesi, i militari dell'Arma, che hanno coordinato indagini e ricerche, non hanno lesinato gli sforzi. Con loro anche i carabinieri forestali e i vigili del fuoco. E ripetutamente sono intervenuti anche gli esperti del Ris, a caccia di tracce ematiche e di altri riscontri di laboratorio utili all'inchiesta condotta dal pubblico ministero Vittorio Misiti che ieri è tornato sul posto. Per trovare Armando Capirchio sulle montagne intorno a Vallecorsa sono stati impegnati anche gli uomini dei"Cacciatori di Calabria", il corpo speciale dei carabinieri addestrato per la ricerca dei latitanti. E a più riprese sui pendii scoscesi di Monte Calvo e della sottostante Valle Trivella si sono viste in azione anche le unità cinofile dei carabinieri con i cani molecolari utilizzati per fiutare possibili tracce biologiche dello scomparso, quattro unità giunte appositamente da Guidonia e sette da Benevento. Non solo. Dal cielo, oltre agli elicotteri, ci hanno pensato i droni a scandagliare la zona. Un lavoro certosino, ripetuto più volte dagli inquirenti, nella speranza di poter individuare attraverso le immagini dall'alto qualche indizio che potesse svelare il luogo in cui si trovava il cadavere di Capirchio. Sin dai primi giorni alle ricerche dell'uomo si sono aggiunti gli agenti della polizia locale del paese e tanti volontari, quelli della protezione civile di Vallecorsa, di Amaseno, Lenola e Frosinone, ma anche molti semplici cittadini ansiosi di contribuire alla soluzione del giallo che per cinque mesi ha tenuto tutti col fiato sospeso.

di: Raffaele Calcabrina

Fatto a pezzi. E i resti chiusi in due buste di plastica nascoste in una grotta. Quella grotta che da ieri è diventata la grotta dell'orrore. Cinque mesi esatti da quel 23 ottobre dello scorso anno.
Da quella mattina in cui Armando Capirchio, 56 anni, pastore di Vallecorsa, è scomparso nel nulla e per il quale risultano indagati con l'accusa di omicidio e concorso in omicidio Michele Cialei (arrestato e in carcere dal 12 dicembre) e il figlio Terenzio (a piede libero). Il corpo, o quello che resta del cadavere, è stato trovato dai carabinieri del comando provinciale di Frosinone, con l'ausilio degli speleologi del Soccorso alpino, poco prima dell'ora di pranzo di ieri in località Ambrifi, a Lenola, in provincia di Latina. Una macchina imponente quella messa in campo dalle forze dell'ordine e dai soccorsi entrati in azione. Sul posto, oltre ai militari del reparto operativo del nucleo investigativo diretti dal tenente colonnello Andrea Gavazzi e dal maggiore Antonio Lombardi, del Norm della Compagnia di Frosinone agli ordini del maggiore Matteo Branchinelli e del luogotenente Angelo Pizzotti, tutti coordinati dal colonnello Fabio Cagnazzo, anche i carabinieri del Ris, i Forestali del Gruppo di Frosinone, un elicottero del Nucleo carabinieri di Pratica di Mare, i vigili del fuoco e il personale del Cai di Frosinone, coadiuvati anche da volontari del luogo e conoscitori della zona montuosa in argomento. Sul posto è arrivato anche il magistrato che sin dall'inizio segue il caso, il dottor Vittorio Misiti.
La ricostruzione
Dopo oltre un mese dall'ultima task force, con mezzi e personale altamente specializzato nelle arrampicate e nelle discese alpinistiche, sono tornati nella zona tra Vallecorsa e Lenola.
Quell'area che da mesi, giorno e notte, è stata perlustrata per trovare quello che, dopo i primi giorni in cui si pensava e si sperava si trattasse di un allontanamento volontario, è diventato uno dei fatti di cronaca nera più agghiaccianti avvenuti negli ultimi anni. Dopo ore di battute e ispezioni in insenature naturali, dirupi, precipizi e cavità carsiche situate nel versante pontino condotte da alcune squadre di terra formate da tecnici del Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico, è stato ritrovato il cadavere. Ma non era sotto terra o in incastrato in qualche cavità.
Era stato fatto a pezzi e messo in due buste, di quelle usate per i mangimi degli animali. Di come si è arrivati al ritrovamento proprio in quel punto di Lenola, e se qualcuno abbia parlato o meno per indicare il luogo alle forze dell'ordine, si saprà nella mattinata di oggi, durante una conferenza stampa convocata per le 11 al Comando provinciale, proprio dalla voce di chi, insieme a un'imponente macchina di soccorsi, ha condotto le indagini su quello diventato per tutti "il caso Capirchio", scaturito da divergenze in merito ai confini e ai pascoli.
Il ritrovamento
Ieri c'erano anche diversi cacciatori della zona e conoscitori di quei terreni impervi, tra Lenola e Vallecorsa. Tutti con la speranza di mettere la parola fine alla scomparsa di Capirchio.
A quella che ormai da mesi si sapeva fosse la ricerca di un cadavere, di un corpo senza vita. Ma forse, anche se rimaneva solo da trovare il corpo, nessuno avrebbe mai immaginato che potesse essere stato fatto a pezzi e chiuso in due buste. A pochi passi da una stradina, da cui si entra dalla provinciale che collega la provincia di Latina con quella di Frosinone. Bocche cucite da parte degli inquirenti e degli investigatori sul ritrovamento proprio a poche ore dall'inizio di una nuova perlustrazione, e proprio a Lenola. Intanto i mezzi e i volontari, insieme alle autorità, non sono passati inosservati ieri nel paese ciociaro dove vivono l'arrestato Michele Cialei (attualmente in carcere) e il figlio Terenzio e dove viveva Capirchio e Lenola, comune pontino, uno dei territori dove si sono concentrate immediatamente le ricerche dei carabinieri.
Ed esattamente dopo cinque mesi, lo stesso giorno, il 23, i familiari del pastore Capirchio, finalmente, hanno scoperto cosa è accaduto al loro caro e dove è rimasto per tutto questo tempo il suo corpo. Ora attendono di conoscere come siano andate le cose e perché quell'atroce fine per il loro congiunto. Un perché a cui attendono di avere una risposta anche i compaesani della vittima. E dei due Cialei. Si erano quasi perse le speranze di ritrovare il corpo del pastore. La pioggia insistente delle ultime settimane aveva reso impossibili altre battute. Ma i carabinieri, agli ordini del colonnello Fabio Cagnazzo, insieme al soccorso alpino e ai vigili del fuoco, sono riusciti a sistemare anche l'ultimo tassello del puzzle.

di: Raffaele Calcabrina