La giustizia, a volte, è lenta, compie dei giri tortuosi, ma alla fine arriva la sentenza. È la triste storia di due sorelline, vittime una da adolescente, l'altra da bambina, delle attenzioni sessuali dello zio. La più grande, in passato oggetto di violenze anche da parte del padre, aveva trovato la forza di denunciare lo zio. Ma la querela era stata presentata fuori tempo massimo.
E così, se in un primo tempo, il giudice del tribunale di Frosinone aveva comunque ritenuto esistente una richiesta di punibilità del congiunto, e lo aveva condannato a una pena detentiva di sei anni, la Corte d'appello aveva ribaltato il verdetto, ritenendo di non doversi procedere per intempestività della querela. Tuttavia, arenatasi l'azione penale, le due ragazzine avevano deciso di tentare la strada dell'azione civile. Assistite dagli avvocati Daniela Danielli e Vincenzo Galione, subentrati in un secondo momento, le ragazze, ormai non più adolescenti, hanno ottenuto la condanna in sede civile dello zio. I giudici della terza sezione civile della Corte di appello di Roma hanno respinto il ricorso presentato dall'uomo, residente a Fiuggi, contro la condanna da oltre mezzo milione di euro, al risarcimento dei danni nei confronti delle due vittime di violenza. Danni derivanti dai reati di violenza sessuale aggravata e di atti di libidine violenta commessi, ormai negli anni Novanta, nei confronti delle due, una all'epoca minore di quattordici anni, l'altra di dieci. Nel ricorso, l'uomo contestava la prescrizione del diritto a intraprendere l'azione civile. Ma tale impostazione è stata disattesa dai giudici di appello. Per i magistrati di secondo grado, la decisione assunta dal tribunale di Frosinone «è in linea con l'orientamento della giurisprudenza di legittimità, che ha fissato la decorrenza della prescrizione dalla data della sentenza che ha dichiarato l'improcedibilità dell'azione penale».
E dunque l'azione civile «è stata legittimamente esercitata». I giudici civili hanno evidenziato che «nel giudizio penale è emerso un quadro familiare intricato, con rapporti sessuali torbidi e violenti da parte del padre e dello zio delle ragazze». E, infatti, dopo l'arresto del genitore, poi condannato dal tribunale di Frosinone, erano emerse altre violenze. Ciò sulla base delle dichiarazioni delle vittime, ritenute comunque genuine e coerenti. Nonché, in sede di consulenza richiesta dal pm, erano emerse anche le sofferenze psichiche. Nella sentenza si legge che «le violenze costituivano parte integrante della vita familiare, contribuendovi anche il padre delle ragazze sia nei confronti della moglie...che della figlia stessa». E dunque in un tale contesto, definito «degradato, fatto di silenzi e connivenze, non può destare sorpresa il comportamento della madre delle ragazze, che non ha impedito la frequentazione delle figlie» con l'uomo poi accusato di particolari attenzioni nei confronti delle minori. Per quanto riguarda l'ultimo rilievo del ricorrente, la Corte ha stabilito che «se più persone concorrono, anche con comportamenti indipendenti, ma legati da un vincolo di interdipendenza, alla determinazione di un medesimo danno, ne rispondono solidalmente ed il danneggiato può esigere l'intero risarcimento da uno solo di essi, indipendentemente dalla diversa gravità delle rispettive responsabilità».