Una tragedia dimenticata. È quella dei soldati italiani nell'Egeo che, dopo l'8 settembre, rifiutarono di aderire alla Rsi e al nazismo. Il 12 febbraio di 74 anni fa il piroscafo norvegese Oria, carico di prigionieri italiani, naufragava al largo delle coste greche tra capo Sounio e la piccola isola di Patroklos. Oltre quattromila i caduti italiani, un centinaio i ciociari. Per decenni nessuno ha saputo niente. Molte famiglie solo da pochi anni hanno conosciuto il destino di mariti, nonni o zii. La nave era salpata dall'isola greca di Rodi diretta al Pireo. Da lì i soldati sarebbero stati avviati nei campi di lavoro, nelle industrie e nelle campagne della Germania. Ma gli oltre quattromila dell'Oria, immortalati dalle immagini trasmesse dalla tv greca Ert, mentre da Leros vanno a Rodi e da lì prendono il mare ancora, non sarebbero mai arrivati al Pireo. Solo 37 italiani si salvarono insieme a un pugno di marinai. Per giorni il mare restituì i cadaveri che ebbero sepoltura in fosse comuni di fronte all'isolotto di Patroklos dove, dal 2014, sorge un monumento commemorativo. Come spesso accade fu un evento fortuito a rispolverare il ricordo: il ritrovamento, da parte del sub greco Aristoteklis Zervoudis di una gavetta di un caduto dell'Oria. Le ricerche dei discendenti non sono state facili. Prima la lista degli imbarcati fornita dalla Croce Rossa internazionale, poi l'instancabile lavoro di chi anima il sito internet che ricorda l'Oria (www.piroscofaoria.it). Da qui è nata una rete di contatti tra i parenti, che ha dato vita al muro della memoria, dove on-line, sono riportate le storie di 294 soldati. Dieci sono del Frusinate. Secondo le varie fonti a bordo dovevano esserci tra i 99 (la lista del sito internet dell'Oria) e i 258 (in base alla pubblicazione "L'odissea degli internati militari italiani della provincia di Frosinone" di Erasmo Di Vito e Francesco Di Giorgio). Visto che 37 italiani si salvarono è probabile che quasi tutti i 99 soldati nell'elenco siano periti. Di 80 si dà conto nel libro sugli Imi (nella tabella a lato). I Comuni ciociari che hanno dato il tributo di sangue più alto sull'Oria sono Esperia e Monte San Giovanni Campano con sei caduti, Pontecorvo, Sant'Apollinare e Veroli con quattro. Tra gli imbarcati risultano otto soldati monticiani, cinque sorani e verolani. I più giovani erano del ‘23. Alfredo Pescosolido di Arce porta il nome del nonno. Nel gennaio 2016, in prefettura, è stata consegnata una medaglia d'onore del presidente della Repubblica proprio in ricorso di quel soldato di neanche 26 anni. «La storia nasce grazie al sub greco che trovò la gavetta - ricorda Alfredo - Ci fu un servizio sulla Rai, quindi venne fuori la lista della Croce Rossa e da lì, persona per persona, incrociando il registro dei caduti italiani è venuto fuori l'elenco dell'Oria». Tuttavia, dai dati ottenuti dal sito internet che raccoglie i parenti delle vittime Onorcaduti ha fornito duemila nominativi, solo la metà. Il punto è che, a 74 anni dalla tragedia, del destino di buona parte degli imbarcati non si sa nulla. È immaginabile lo stupore dei familiari nell'apprendere il nome di un proprio congiunto nella lista dell'Oria. «Mio padre che pur era rappresentante degli orfani di guerra in provincia di Frosinone - ricorda ancora Pescosolido - non è mai riuscito a sapere nulla» . Il perché lo spiega un altro nipote, discendente di Roberto, un caduto di Fumone. «A mia nonna venne comunicato il nome italiano dell'isola Goidano - spiega Roberto Bellotti - Personalmente ho cercato tra le fonti del ministero e mi sono recato a Rodi dove gli anziani avevano ancora un ricordo dell'accaduto. Però, a noi familiari mancavano l'isola e il relitto. Poi, grazie a una pubblicazione della Marina, abbiamo collegato la data di morte con l'Oria». Un lavoro non semplice di cui ora si cerca di coltivare la memoria.