La roba era abbondante. Bastava per le piazze di Napoli e poteva "espatriare" verso altre zone, laddove c'erano acquirenti che necessitavano di determinati quantitativi.
Chili e chili di cocaina, marijuana e hashish che arrivavano da Colombia, Spagna e Olanda, atterravano a Napoli e da lì entravano nei quartieri di Ponticelli e San Giovanni, nonché in altre regioni, come la Toscana (Massa Carrara) e il Lazio con le province di Latina e di Frosinone.
Per gli inquirenti, ad avere rapporti con l'organizzazione, o meglio con due fratelli in particolare, era Davide Adolfo Trotta, 38 anni, arrestato insieme ad altre 16 persone all'alba di martedì a Cassino quando, su disposizione della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, la Squadra Mobile partenopea ha eseguito 17 ordinanze di custodia cautelare in carcere, emesse dal Gip, a carico di altrettanti indagati ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione finalizzata al traffico e alla commercializzazione di sostanze stupefacenti e detenzione e porto di armi da guerra. Tante, infatti, le pistole e le mitragliette sequestrate nel corso dell'indagine.

Il ruolo e i viaggi

Nel complesso, l'attività investigativa, coordinata dalla Dda di Napoli, ha consentito di individuare un'organizzazione internazionale dedita al narcotraffico, ritenuta in rapporti d'affari con i clan di camorra operanti nell'area orientale di Napoli. Le diverse tipologie di droga arrivavano dai tre Paesi, luoghi in cui venivano stipulati gli accordi per l'acquisto e il trasporto in Italia. Giunto nel Belpaese, il carico veniva destinato ad alimentare le piazze di spaccio, in prevalenza, partenopee.
Ed è qui che entra in gioco Trotta. Per l'accusa era uno di quei soggetti che si riforniva - in particolare - dai fratelli Scognamillo, collegati (anche per parentela) a Pasquale Scognamillo detto Bombò che aveva un ruolo cardine nel «sodalizio criminale» perché provvedeva, insieme ad altri «alla gestione dell'approvvigionamento e allo smistamento dei quantitativi di stupefacente».
Per gli investigatori, il trentottenne cassinate invece effettuava "viaggi sicuri" ma costanti, per poche decine di grammi in maniera tale che, in caso di controlli, non incappasse in pesanti addebiti. Le telefonate potevano essere criptiche, senza riferimenti diretti, e i contenuti importanti - magari - viaggiavano su whatsapp.

I prezzi

L'indagine coordinata dalla Dda svela un mondo che anche altre operazioni hanno confermato: il filo diretto con l'area napoletana da parte dei "pusher" del territorio. Viaggi dove è "conveniente" - per i cassinati a due passi da quelle mete - acquistare piccoli quantitativi, anche a un prezzo maggiore, piuttosto che portarsi dietro chili di roba. Quando infatti bisognava spostare grosse partite erano i «corrieri» dell'organizzazione a muoversi. Non il contrario, come accade invece per terre di confine come il cassinate.
Un mondo parallelo dove un chilo di hashish, preso per intero, può costare 1.400-1.500 euro allo spacciatore. Ma i prezzi lievitano se vengono acquistati appena 10-20 grammi. Tuttavia diminuiscono i rischi in caso di ispezioni. Come accadde proprio al trentottenne nel corso di un controllo in A1, nel giugno 2016. Venne fermato e trovato in possesso di 15,65 grammi di marijuana e 3,08 di hashish. Il "fattaccio" è sommariamente raccontato anche in una telefonata.

L'interrogatorio

Ieri pomeriggio, lo stesso Trotta è stato sottoposto a interrogatorio in carcere davanti al giudice del tribunale di Cassino, Scalera, su delega del gip partenopeo e ha risposto a tutte le domande. Ha respinto ogni addebito riferendo di conoscere una sola persona del "sodalizio" che, tra l'altro, avrebbe abitato per diverso tempo a Cassino. Ha anche spiegato le telefonate sospette, quelle che secondo l'accusa farebbero emergere un episodio di cessione. Lui, però, ha assolutamente protestato la sua innocenza e ora gli avvocati Mariano Giuliano e Francesco Palumbo presenteranno istanza di riesame al Tribunale della Libertà di Napoli.