Quelle sirene, quei lampeggianti, quelle divise. E quell'elicottero che "fotografa" i palazzi. Un mondo che, visto da fuori, sembra a sé. Lontano dal resto della vita di tutti i giorni. Chiuso nel suo essere "Casermone".
Quel cemento armato in cui hanno fatto irruzione le forze dell'ordine che hanno smantellato, poco più di un anno fa, una delle basi di spaccio più imponenti degli ultimi tempi. Quel cemento armato che ha mostrato, lo scorso settembre, in un'altra terribile pagina di cronaca, una ferita ancora più profonda e senza uscita, la morte di Manolo, uno dei tanti giovani che negli anni più belli, mentre trascorreva un sabato pomeriggio con alcuni amici sul terrazzo, ha perso la vita "giocando", saltando per scavalcare il lucernario in plexiglass. Purtroppo il quindicenne non è riuscito a raggiungere l'altro lato della palazzina ed è precipitato. In quel momento, in quelle ore difficili, in quei giorni dove ci si sveglia ancora pensando, o meglio sperando, che si sia trattato di un incubo, è stato mostrato un lato del Casermone che forse neanche chi lo abita si rendeva conto di avere. Quel senso di solidarietà, di amicizia, di vicinanza che fa credere che il nome da molti dato a quel luogo, ovvero la "piccola Scampia", possa essere soltanto un immaginario collettivo e che il cemento armato possa essere rivestito di speranza. Quella speranza che potrebbe dare vita a una nuova realtà.
Una realtà che don Dino Mazzoli, trentotto anni, vice parroco di Santa Maria Goretti, nel quartiere Selva Piana a Frosinone, definisce come "palazzo della speranza". E proprio in quegli appartamenti vivono anche operatori, collaboratori e tante persone che danno una mano concreta al giovane sacerdote e al parroco don Sosio Lombardi. Don Dino, grazie anche a don Sosio che lo ha sempre spronato, sta facendo molto per la comunità, per abbattere il muro dell'indifferenza, per far scrollare di dosso a quelle palazzine grigie dietro la chiesa, quella "armatura" di degrado, di disagio sociale.
Un sacerdote 2.0 che utilizza i nuovi strumenti per avvicinare soprattutto i giovani alla chiesa, per lanciare messaggi, condividere pensieri che, successivamente, diventano un punto di incontro reale da dove partire e relazionarsi. Volto noto anche in tv con l'appuntamento "Din don art" in onda su Teleuniverso e con "Bel tempo si spera" che apre la mattina di Tv2000.
Droga, delinquenza, disagio sociale. Alle spalle della chiesa c'è il Casermone. Per don Dino cos'è quel palazzo?
«Già il nome Casermone lo identifica in maniera negativa. Noi abbiamo pensato di rititolarlo "palazzo della speranza", anche perché lì dentro c'è gente che questa speranza la sente viva, sente la parrocchia vicina e anche le istituzioni. Il sindaco si è prodigato in tante cose ed è stato vicino alla comunità. Dargli un nuovo nome, quindi, significa anche offrirgli una nuova vita. Certo, senza dimenticare un passato che, purtroppo, c'è, esiste, è presente. Ma rialzarsi e sperare in qualcosa di meglio e di positivo è possibile».
Di cosa ha bisogno il Casermone per togliersi di dosso l'armatura della criminalità?
«Ha bisogno innanzitutto di credere ancora nella gente. Le persone che ci abitano hanno bisogno di sentire da parte di tutti, a cominciare dalle istituzioni, la fiducia e l'accoglienza, perché si sentono un po' discriminati per le vicende accadute. La storia non possiamo certo nasconderla, però loro hanno bisogno di riavere fiducia e l'hanno dimostrato in tante situazioni. Come quando l'estate scorsa è morto il giovane Manolo. E loro sono stati davvero vicini, uniti come comunità dal punto di vista affettivo verso la famiglia. Quindi, in quel palazzo, ci sono l'accoglienza, la bellezza e la solidarietà. Però la stessa comunità ha bisogno di sentire vicina la gente. Identificarli sempre in un contesto come "quelli del Casermone" di certo non li aiuta a crescere ma li fa rimanere in una situazione quasi stabile».
Cos'è cambiato dalle ultime operazioni delle forze dell'ordine che hanno dato un colpo importante alla malavita e alla più importante piazza dello spaccio di Frosinone?
«È cambiato tanto perché è cambiato l'atteggiamento delle persone che ci vivono, dei familiari che attendono le varie situazioni legate anche ai processi. Noi cerchiamo di essere vicini a tutti, senza pregiudizi, senza giudicare. Ovviamente hanno sbagliato, ma io ce la vedo questa propensione a cambiare.
Tanti si sono rivolti a noi. Abbiamo accolto tutti e continuiamo ad aiutare senza chiedere cosa hanno fatto».
Da molti il quartiere è definito la piccola Scampia...
«Sì, è vero, da tanti è definito la piccola Scampia. Ma io non la vedo proprio così, primo perché non conosco la realtà di Scampia in maniera profonda ma solo quello percepito nell'immaginario collettivo. Anche per il Casermone c'è un immaginario comune. Quando a Frosinone c'è un caso di droga si pensa subito al Casermone, ma spesso non è così. Mi sembra un azzardo anche se le dinamiche erano un po' le stesse ma in maniera ridotta».
Che cosa fa e cosa può fare la parrocchia per i giovani e le donne?
«Tutto ciò che la parrocchia offre viene offerto anche a loro. Non c'è né un'esclusione, né un'inclusione. Offriamo diversi servizi, tra cui l'animazione per i bambini. Per le donne ci stiamo mobilitando. Vorremmo far partire dei corsi specifici con corsi manuali, in modo tale da inserirle in un discorso più ampio, quello lavorativo. Un progetto, però, che ancora deve partire e per il quale potrebbero aiutarci le istituzioni».
In che modo?
«Noi potremmo mettere a disposizione dei luoghi e le persone che ci aiutano non mancano di certo. C'è infatti tanta solidarietà. Ogni giorno ci sono tanti che portano vestiti, la spesa. Forse la nostra parrocchia è campione in questo. Non ci è mai mancato nulla. Spesso anche chi riceve i beni, nel momento in cui non li utilizza più, li restituisce per farli donare ad altri. È una bellissima catena di solidarietà».
Di cosa ha bisogno il quartiere? Chi può fare qualcosa?
«Il quartiere ha bisogno di tante cose. Ma qualcosa si sta facendo. Ad esempio molto presto il campetto verrà coperto. Sarebbe molto importante un riferimento anche per gli anziani, strutture che potrebbero essere utilizzate per loro».
Degrado, giovani senza futuro, storie di emarginazione. Un aneddoto che ti ha colpito da quando sei vice parroco di Santa Maria Goretti…
«Sicuramente la storia di Manolo. C'è stato un episodio tragico ma tanta è stata la solidarietà. In molti hanno dimostrato affetto, senza pregiudizi. Tantissime persone, anche stando in silenzio, hanno fatto sentire la loro vicinanza. Persone che non erano mai entrate prima, si guardavano attorno, ricredendosi poi di quell'immaginario comune che tanti ancora hanno».
Forse la vera speranza è dare una speranza a tutte le persone che vivono qui, che vogliono cambiare la loro vita, che sognano un futuro diverso…
«La speranza è il nome che abbiamo dato al palazzo. E quella speranza la stanno costruendo, forse anche inconsapevolmente. Tanti hanno cambiato atteggiamento».
Come è nata la tua vocazione?
«La mia vocazione nasce negli anni '90. Poi la sospendo, la interrompo, la metto da parte. Me la dimentico. Conseguo la laurea all'Università La Sapienza, facoltà di Lettere, indirizzo cinema. Quindi la riprendo, la accolgo nel 2005. Entro in seminario tra i dissensi un po' di tutti. Poi sono stati tutti felici e hanno compreso la mia scelta».
Creatività e musica fanno parte della tua vita. Da dove nascono queste passioni?
«Da dove nascono non lo so, me le sono sempre trovate addosso. I giocattoli li ho sempre pensati e costruiti. La creatività è un aspetto che mi ha sempre riguardato. Ora la inserisco in quello che faccio. Nel mio essere sacerdote mi ha aiutato tanto, perché è un modo immediato per relazionarsi con le persone».
"Libri liberi" è il nome dell'ultima iniziativa che hai ideato... In cosa consiste?
«Nasce dall'idea di trovare una collocazione ai tanti libri che ci portavano: enciclopedie, testi scolastici, ma anche di lettura narrativa che tanti non posso permettersi. L'idea è quella di creare una relazione di scambio. Siamo arrivati al terzo sabato e abbiamo già circa ottanta volumi. Chi si nutre di cultura esce da tante dinamiche che sono la violenza, la droga. Chi non vive di cultura, cade in questo».
I social network, ormai, fanno parte della vita quotidiana di tutti noi...
«Una volta c'erano le piazze, oggi ci sono i social. Un modo più immediato per comunicare, per passare un pensiero, un messaggio. Ovviamente deve esserci la concretizzazione nel reale, bisogna trovare il tempo di incontrarsi».
Seguiamo spesso i tuoi "video messaggi" e le "dirette" su Facebook. Ritieni possano essere utili per avvicinare più persone possibili alla chiesa?
«Mi sono reso conto che incontrando le persone in strada, al mercato, ricollegano l'episodio ed è lì che c'è il momento in cui puoi incontrarle. Quindi partire da quello per parlare di altro. Non è un'esca, un buttare l'amo, però mi dà la possibilità di avvicinarmi di più, senza distanze. Spesso le persone mi vedono solamente la domenica e mi rendo conto che celebrare la messa, parlare da lì, può creare una distanza. Si può essere sacerdoti anche attraverso i social, vivendo la chiesa in maniera creativa, con la carta, le forbici. Si può essere chiesa anche così, questo è lo stile del sinodo che partirà a settembre».
Un messaggio per i giovani che ancora oggi non sanno cosa vogliono fare da grandi...
«Per chi non ha scelto in maniera definitiva non ci sono consigli, perché ognuno deve seguire le proprie aspirazioni. A tutti dico di non abbandonare quello in cui si crede fermamente».
Don Dino anche scrittore…
«A settembre uscirà una pubblicazione edita dalla San Paolo. Un libro sui giovani dal titolo "Un segno". Un libro rivolto soprattutto ai ragazzi che hanno il grande desiderio di mettersi in discussione».
Qual è il sogno di don Dino?
«Non ho sogni perché li sto concretizzando e realizzando giorno per giorno. I sogni sono sempre qualcosa di lontano. Io preferisco parlare di idee, di situazioni, perché si realizzano. I sogni, a volte, restano lì, fermi. Più che di un sogno, forse, avremmo bisogno di idee».