Era sempre zio Totonno, catturato in un casolare di Sant'An gelo a comandare le attività, anche «quelle di sangue».
L'ultimo padrino di Marano, uno tra i 100 latitanti ricercati in Italia, avrebbe gestito gli affari di famiglia, come si può leggere nell'ordinanza del 2013 a firma del gip Alberto Capuano da cui si evince la stretta relazione tra Antonio Polverino e la sua famiglia: è lo stesso nipote (il boss) Giuseppe a risultare destinatario di una misura cautelare per associazionedi stampo mafioso con il ruolo di promotore e organizzatore, ovvero con la il ruolo di «coordinare l'attività degli affiliati nella raccolta delle estorsioni, della gestione delle piazze dispaccio o nella commissione dei fatti di sangue per Antonio Polverino, detto zi Totonno». Dunque, come ricostruito dagli inquirenti, era proprio il padrino di Marano, ora settantratreenne, a dettare gli ordini. Anche a distanza.
Il porto franco
Che il Cassinate sia da tempo un "porto franco"dove gettare l'ancora, una zona cuscinetto in cui poter nascondersi pensando (ma solo pensando) di farla franca, a un passo dai propri affetti, non è cosa nuova. Le tante operazioni che si sono susseguite nel tempo se da un lato dimostrano l'esatto contrario cioè che risulti di fatto un territorio altamente controllato dall'altro raccontano di boss pronti a svernare, per poter mantenere una porta sempre aperta sul giardino di casa. Lo ricordano i sequestri di garage e appartamento intestati a persone contigue a Giuseppe Setola, in pieno centro: era il 2009 e la FiE, interrogativo ancor più imponente: quale dei sodali del clan faceva da spola da Marano a Cassino per richiedere consensi? Accettare indicazioni o programmare nuove attività? Di certo è impensabile che questo tipo di "economia" fosse gestita per telefono. Interrogativi importanti che ora soltanto le indagini potranno saziare.
Il suo nome verrà ora depennato dalla lista dei 100 latitanti ricercati, grazie alla brillante operazione del Comando provinciale di Napoli, sotto il coordinamento della Dda. Ricordiamo che Polverino era stato condannato a 20 anni di carcere per associazione mafiosa e droga. Una "gestione familiare", quella del clan Polverino: zio Totonno padre di Salvatore, attualmente in carcere nell'ambito dell'inchiesta sull'area Pip di Marano, e zio del boss Giuseppe detto 'o Barone. lnanza di Marcianise mise i sigilli a beni in via Arigni per oltre 10 milioni di euro. Poi l'arresto della stessa "primula rossa" sempre nel gennaio del 2009 in una clinica di Mignano Montelungo, a un passo da Cassino. La presenza delle famiglie casalesi nel basso Lazio è ormai storia: quella di un territorio contiguo ritenuto prima meta ideale di vacanza per le famiglie dei boss.
Poi feudo, dopo le guerre tra fazioni, da possedere. Dall'ultima imponente operazione della Dda, nelle oltre 1.200 pagine dell'ordinanza che ha accompagnato l'arresto anche delle figlie e di altri parenti del boss Bidognetti nel Sud Pontino, lampante è l'interesse per Cassino e il Cassinate. È il nostro territorio che alcuni dei pentiti dicono di dover raggiungere per recuperare un'auto: «Io vengo a Piedimonte e vengo a parlare con tuo padre e mi prendo quella macchina che hai nel cortile, sia se è la tua e sia se non lo è!». Ed è sempre Cassino il posto dove estendere gli interessi economici: «Il tramite tra la mia famiglia e quella di mio zio Venosa Luigi si legge nell'ordinanza mi raccontò che mio zio stava trattando, nell'anno 2002, un grosso lavoro inerente la costruzione di un centro commerciale localizzato a Cassino».

È stato stanato in un anonimo casolare di San'Angelo in Theodice, a un passo da Cassino, in cucina. E dopo oltre sei anni di latitanza non ha opposto resistenza, mostrando soltanto i suoi documenti. Come abbia vissuto in tutti questi anni, cosa abbia fatto, come sia riuscito a sfuggire agli stringenti controlli delle forze dell'ordine che presidiano il territorio sarà ora compito degli inquirenti ricostruirlo. Di certo sono almeno due le persone del Cassinate che lo hanno coperto ed aiutato.
E questa è una valutazione al ribasso. «Il capo clan dei "Polverino" latitante da sei anni e catturato dai carabinieri si nascondeva in un casolare fanno sapere dal Comando provinciale dei carabinieri di Napoli Antonio polverino, 73 anni, di Marano di Napoli, "patriarca" dell'omonimo clan camorristico, si era rifugiato in un casolare nelle campagne di Cassino».
A fare irruzione la "Catturandi" dei carabinieri del Nucleo investigativo di Napoli, con il supporto dei militari della Compagnia di Cassino.
Il blitz
Hanno atteso che fosse solo. Polverino era in casa, chiaramente sotto tiro da diverso tempo. Quando i militari hanno fatto irruzione non ha detto nulla né ha tentato di fuggire: ha solo mostrato i suoi documenti. Forse se lo aspettava e non ha mosso un dito. Sul suo comodino, da vero boss, una statuetta della Madonna coperta dai rosari, un lumino e una serie di scatole di medicinali. Sposato, padre di quattro figli, soprannominato "zio Totonno", era latitante dal 2011 poiché «sfuggiva da un'ordinanza emessa dal Tribunale di Napoli per associazione di tipo mafioso si legge nel provvedimento anche se "alla macchia" da sei anni e lontano da Marano di Napoli, la roccaforte del clan, gli chiedevano il placet per tutte le decisioni importanti». Questo dettaglio, affatto secondario, offre due punti chiave su cui riflettere: quale ruolo hanno avuto i due (forse più) fiancheggiatori la cui posizione è al vaglio e che rischiano di essere indagati per favoreggiamento.E, interrogativo ancor più imponente: quale dei sodali del clan faceva da spola da Marano a Cassino per richiedere consensi? Accettare indicazioni o programmare nuove attività? Di certo è impensabile che questo tipo di "economia" fosse gestita per telefono.
Interrogativi importanti che ora soltanto le indagini potranno saziare. Il suo nome verrà ora depennato dalla lista dei 100 latitanti ricercati, grazie alla brillante operazione del Comando provinciale di Napoli, sotto il coordinamento della Dda. Ricordiamo che Polverino era stato condannato a 20 anni di carcere per associazione mafiosa e droga. Una "gestione familiare", quella del clan Polverino: zio Totonno padre di Salvatore, attualmente in carcere nell'ambito dell'inchiesta sull'area Pip di Marano, e zio del boss Giuseppe detto 'o Barone.

di: Carmela Di Domenico